Zeman e Gascoigne insieme. Un'esplosione di storie, racconti e momenti di vita vera. Hanno condiviso a metà degli anni ’90 l’esperienza alla Lazio. Due personaggi agli antipodi: il boemo sempre riservato, schivo, silenzioso ed estremamente metodico in campo. L’istrionico Gazza, estroverso, genio sconfinato, uomo e calciatore con poche, pochissime regole. Una coppia assolutamente insolita e fuori da ogni logica.
Al Festival di Trento, l’evento organizzato da La Gazzetta dello Sport, Zeman ha raccontato i tratti cruciali che hanno segnato la sua carriera. Tra gli aneddoti più belli c’è quello del fischietto, con la complicità di Gascoigne e degli altri calciatori della Lazio. Il boemo non lo trovava più, un oggetto a cui era tanto affezionato.
“Eravamo in ritiro in Svizzera, io al termine di ogni allenamento mi prendevo il fischietto e lo portavo in stanza. Era un fischietto importante perché apparteneva ad un allenatore della Roma prima della guerra, me lo regalò il figlio. Era un bel fischietto, lo cercavo e non lo trovavo. Dal campo all’albergo noi rientravamo a piedi e ad un certo punto vedo che i ragazzi ridevano. Mi giro e noto un tacchino avvolto con il mio fischietto. Chi l’ha fatto? Gazza”.
Zeman ha tracciato un profilo del giocatore che, contrariamente a quanto si pensasse, era sempre disponibile al sacrificio e pronto ad allenarsi. In ritiro ha avuto diversi problemi fisici, ma non si è mai tirato indietro.
“Era un grande lavoratore, poteva fare poco in quel periodo perché aveva problemi con la gamba. Lui anche in ritiro andava in camera e lavorava da solo con il preparatore Ferola. Un’ora e mezzo, due ore di esercizi e addominali. Aveva tanta voglia, però poi svaniva tutto quando si avvicinava al liquido”. Chiaro riferimento all’alcol, un vizio che ha tormentato Gazza per gran parte della sua vita.
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