Van Basten e l’addio al calcio: “Non riuscivo a correre. Sembrava un funerale”

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L’ex storico centravanti del Milan ricorda il giorno del suo addio al calcio. Un momento difficile per l’olandese ma anche per tutti i suoi ex giocatori e tifosi.

Il momento più difficile per un calciatore, per uno sportivo in generale, è quando bisogna dire basta. Ovvero lasciare quello sport che per tanti anni ha accompagnato i momenti della vita. Quella routine quotidiana che in qualche modo ti segna particolarmente. E’ ancora più difficile quando sei costretto a smettere di giocare per via di continui problemi fisici. Ne sa qualcosa Marco van Basten, il più elegante centravanti visto in Italia, sicuramente uno dei più forti di tutti i tempi. Un attaccante completo, micidiale, fantastico, che ha fatto sognare i tifosi del Milan in Serie A e soprattutto in Europa. Era il Milan dei grandi campioni che vinse tutto in campo Nazionale ed internazionale. Purtroppo però le belle favole non sempre hanno il lieto fine, anzi, in questo caso il dolore è dietro l’angolo. Soprattutto quando hai una caviglia destra che non ti permette di camminare correttamente.

Nel suo libro autobiografico, Fragile, Van Basten racconta il momento in cui si ritrovò a San Siro per dare l’addio al calcio. Un momento terribile visto che tutti sapevano della sua decisione avvenuta il giorno prima durante una conferenza stampa di pochi minuti. A San Siro invece andava di scena il famoso Trofeo Berlusconi, era il 18 agosto 1995, Van Basten entrò in campo per salutare il pubblico che lo omaggiava con cori e applausi. Un momento terribile per il “Cigno di Utrecht” ma anche per i tifosi presenti e per i giocatori che per anni lo hanno avuto come compagno e avversario.

A Milano mi sentivo come se fossi parte di una famiglia. Insieme abbiamo vissuto una vita intera. Mi avete visto nascere, come giocatore e come uomo. Mi avete visto crescere. E purtroppo avete visto la fine. L’addio? Era tutto triste. Erano tristi gli sguardi dei miei ex compagni, che cercai di incrociare il meno possibile, perché mi ero promesso di non piangere. Non fu una festa. C’era tristezza ovunque. Quella del pubblico, e la mia. Correvo, perché non volevo far vedere che zoppicavo, battevo le mani alla gente. E intanto pensavo che non c’ero già più, mi sembrava di essere ospite del mio funerale“.

Al Corriere della Sera l’ex giocatore olandese raccontò lo stato d’animo di quel momento. Quella corsetta per entrare in campo piena di sofferenza e dolori, quel saluto ai tifosi che lo hanno amato più di qualsiasi altro giocatore in maglia rossonera. Dai famosi video che circolano sul web c’è anche quello di un Fabio Capello particolarmente emozionato. In fondo quel fenomeno olandese decise di ritirarsi a soli 31 anni dopo aver vinto 3 Coppe dei Campioni, 4 Scudetti, 2 Coppe Intercontinentale, tre volte Pallone d’Oro. Tutto. Aveva vinto praticamente tutto e chissà ancora quanto avrebbe potuto vincere con la sua classe da numero uno.

Dopo il ritiro c’è stato un momento particolare, duro, difficile da accettare, che Van Basten racconta bene nel suo libro e nelle interviste rilasciate ai quotidiani italiani. Un nemico particolarmente invisibili e diabolico: la depressione.
Avevo solo 31 anni, non giocavo più da due. Avevo il fegato a pezzi per gli antidolorifici. Avevo un dolore pazzesco a quella caviglia maledetta. Ero disperato. Dopo, quando ne sono uscito, ho capito di aver vissuto qualcosa di simile alla depressione. All’epoca non capivo. Ero troppo concentrato sul mio stare male. Mi chiedevo perché questa sofferenza dovesse toccare proprio a me. Non ho mai trovato una risposta“.

Quella caviglia operata due volte, che non ha mai dato tregua al centravanti olandese. In particolare la seconda operazione è stata fatale a Van Basten: “Il 22 dicembre 1992 è stata la fine dei miei sogni. Stavo giocando da Dio, avevo un allenatore che mi piaceva, Fabio Capello. Mi fa male la caviglia, decido di operarmi. L’errore che segna la mia vita. Rimpianto di non aver ascoltato i dottori del Milan? Lei non può immaginare quanto l’ho rimpianto. Ogni mattina, per almeno i vent’anni seguenti. Il primo pensiero al risveglio è sempre stato quello. Non mi fidai di loro. Pensavo che stessero parlando nell’interesse della società“.

La fine di un sogno. Per tutti. Immenso Marco van Basten.

Claudio Ruggieri

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