Rampulla: “La mia Juve, Lippi e la notte di Roma. I più pazzi? Peruzzi e Di Livio”

L’intervista esclusiva all’ex portiere dei bianconeri durante la diretta Instagram di Calcio Totale, all’interno della rubrica Viaggi Amarcord. “La Juve che ha vinto la finale con l’Ajax era una squadra pensante, Lippi ci ha dato quella consapevolezza di essere forti”

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Dieci anni di Juve, più quattro stagioni da collaboratore tecnico in tre parentesi diverse. E’ la vita in bianco e nero di Michelangelo Rampulla, uno che è arrivato sotto la Mole quando c’era il Trap in panchina e ha vissuto l’era Lippi da comprimario e da uomo spogliatoio. Ha vinto tutto da vice di Tyson Peruzzi, storico compagno e amico, con il quale per anni ne ha condiviso la stanza. Ha vissuto la parentesi Edwin Van Der Sar e l’avvento di un giovane Gianluigi Buffon. Il rapporto schietto e diretto con l’Avvocato Agnelli e poi la notte di Roma, l’ultimo grande trionfo dei bianconeri in Champions League.

Da piccolo giocavi in attacco, è stato poi tuo papà a convincerti a cambiare ruolo. Il tuo sogno era quello di fare gol e invece ti sei ritrovato tra i pali.

“E’ un po’ il sogno di tutti ragazzini. Nessuno pensa di giocare in porta, l’idea da piccoli è sempre quella di fare gol. Poi grazie a mio papà, ho cambiato ruolo ed è andata bene”.

Ad accorgersi del giovane Rampulla è un certo Giuseppe Marotta. All’epoca direttore sportivo del Varese.

“A Varese sono andato per un provino dopo che mi avevano visto alcuni dirigenti del Messina. Lì mi hanno segnalato al Varese e ho parlato con Beppe. Il provino è andato bene e mi ha fatto firmare subito il contratto. Era maggio 1980, aiutava il direttore sportivo e poi l’anno successivo è diventato Ds. Aveva 25 anni, io ne avevo 18. Era anche un discreto giocatore, a fine allenamento si cambiava e faceva qualche tiro. Aveva un bel sinistro”.

23 febbraio 1992, Atalanta-Cremonese 1-1. Michelangelo Rampulla è il primo portiere della storia della serie A a realizzare un gol su azione. E’ un episodio storico, nove anni dopo ti ha imitato Massimo Taibi. Che emozione si prova ad essere decisivi come un attaccante?

“Chi inizia a giocare a calcio sogna di fare gol. E’ stata un’emozione particolare che avevo assaporato in qualche torneo, mai in serie A. Poi farlo in quel modo, davanti a tanto pubblico. Dopo averne subiti tanti (sorride), almeno uno l’ho fatto anch’io”.

L’approdo alla Juve, dieci anni da giocatore, soprattutto da vice di Tyson Peruzzi. Quattro campionati, una Champions, la Coppa Uefa. Hai vinto tutto quello che c’era da vincere. Qual era il segreto di quella squadra?

“E’ banale dirlo, ma la squadra era veramente forte. Io sono arrivato nel ‘92, i primi due anni col Trap. Il primo anno siamo arrivati secondi dietro al Milan, vincendo la Coppa Uefa. Quando nella competizione partecipavano la seconda, la terza e la quarta dei campionati. Per cui, quasi una Champions. Rispetto all’Europa League di adesso dove partecipano la quinta, la sesta e la settima. Abbiamo vinto battendo Psg e Dortmund. Poi è arrivato mister Lippi con altri giocatori: Deschamps, Paulo Sousa, Ferrara. Abbiamo raggiunto la consapevolezza di essere forti. Lippi ci ha dato quella sicurezza e quella voglia di vincere che c’era già, ma non era così forte. A volte è il comandante a usare le parole giuste e darti quel qualcosa in più che serve per raggiungere grandi traguardi. In 10 anni ho fatto 4-5 finali di coppe europee più due semifinali”.

La notte di Roma, la finale con l’Ajax. Che aria c’era la sera prima della partita e se hai un aneddoto da raccontarci.

“Eravamo convinti, sentivamo di vincere. Però quando continuavamo a sbagliare gol davanti alla porta, non ti nascondo che ho pensato per un momento che l’avremmo persa. La sera prima eravamo focalizzati sull’obiettivo, è difficile da spiegare.
Ricordo il tragitto dalla Borghesiana allo Stadio Olimpico. Scortati dalla Polizia, abbiamo fatto parecchia strada sulle rotaie del tram perché era impossibile passare. Siamo arrivati in un punto in cui dovevamo entrare in corsia, ma c’erano macchine ovunque, in più un cartello stradale. L’unico modo per passare era abbatterlo. Due, tre di noi sono scesi dal bus e insieme alla polizia abbiamo rimosso il cartello. Altrimenti, con tutta quella gente, non saremmo mai arrivati allo stadio”.

Tra sfottò e sana goliardia, i più pazzi del gruppo.

“Di Livio era il primo a rompere le scatole alla gente. Anche Angelo Peruzzi era sempre pronto a scherzare. Sicuramente loro su tutti, c’era sempre una bella atmosfera nello spogliatoio”.

Hai vissuto l’era Baggio, il passaggio di consegne con Del Piero, l’avvento di Zidane. Giusto per citarne tre a caso. C’è un aspetto che hai rivisto in tutti e tre? E se dovessi sceglierne uno nella tua formazione tipo, chi porteresti con te?

“Tre fuoriclasse assoluti. Scegliere è difficile perché erano tutti forti a modo loro. Quelli più simili erano Del Piero e Baggio, con Roby più forte nel dribbling e Alex più strutturato fisicamente. Forse quello più completo e che faceva girare la squadra era Zizou. Il classico giocatore che quando eri in difficoltà potevi dargli la palla in ogni zona del campo ed eri sicuro che rimaneva in squadra. Te li schiero insieme, con Vialli davanti”.

Del Piero, Zidane, Peruzzi, hanno spesso raccontato delle chiamate all’alba dell’avvocato. Qual era il tuo rapporto con lui e se ricordi un episodio in particolare.

“Chiacchieravamo spesso. Mi chiedeva della Sicilia, lui conosceva tutto, passava tanto tempo alle isole Eolie. Capitava di andare al campo per gli allenamenti e ti ritrovavi grandi personalità al centro sportivo. Un giorno si è fermato e dietro lui c’erano 30 persone. Era con Gorbaciov, ci ha presentati. Un’altra volta, facevamo la partitella a metà campo e l’ho visto sbucare, era sotto braccio con Kissinger. Ogni tanto mi giravo durante la partitella. Sono cose straordinarie, non capita spesso di vedere certe personalità. E nonostante i suoi impegni, era sempre presente”.

In dieci anni di Juve sono cresciuti tanti allenatori. Penso a Carrera, Vialli, Paulo Sousa, Conte, Deschamps, Zidane. Ecco, non è un caso che molti si siano portati dietro tante cose positive da quell’esperienza.

“Sono stati quasi tutti grandi centrocampisti, dove serve una visione a 360 gradi. L’attaccante guarda solo la porta, il difensore ha il riferimento dell’attaccante, il centrocampista ha una visione di gioco più completa e poi se lo porta anche dopo. Non è proprio un caso. Noi eravamo una squadra forte, ma soprattutto pensante”.

Peruzzi, Van der Sar, Buffon. Si sono avvicendati tre grandi portieri, anche se l’olandese non è stato molto fortunato nel biennio con Ancelotti.

“Con Edwin siamo stati comunque la miglior difesa. Ha sbagliato due-tre cose nel corso delle stagioni. Arrivava dopo Angelo ed è difficile far dimenticare uno come Peruzzi. Con Angelo abbiamo girato il Mondo. E’ un amico vero, ci sentiamo ancora, sono stato quattro anni in stanza con lui e non c’è mai stata rivalità. Buffon fisicamente è avvantaggiato. Uno che va al lavoro divertendosi vuol dire che è un passo avanti. Senza grossi infortuni può giocare ancora un paio d’anni ad alti livelli. Ho sempre pensato che potesse giocare anche senza allenarsi tutto l’anno. Ha la capacità di leggere le situazioni e saper stare tra i pali. E’ ancora oggi il migliore”.

Scegli un difensore. Chi porteresti con te in battaglia?

“Ciro Ferrara. Ti racconto questa: quando Ciro è stato esonerato dalla Juve, noi siamo andati in Inghilterra a vedere gli allenamenti di United, City e Chelsea. Siamo stati con Ferguson a pranzo, ci ha fatto un sacco di complimenti per la Juve di quegli anni. C’era anche Van Der Sar. In corridoio abbiamo incontrato Giggs e appena ha visto Ciro Ferrara ha urlato: ‘Ma anche quiii, no dai’. E ha fatto finta di scappare. Ciro era uno della vecchia scuola, sapeva farsi valere in campo e aveva un grande carisma. Giggs lo sapeva bene, l’ha conosciuto nelle grandi sfide di Champions”.

Mario Lorenzo Passiatore

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