Quando Bressan rovesciò il Barça: “Se ho dormito? Sì, non mi sono mica reso conto” [ESCLUSIVA]

La scorsa settimana ha compiuto 50 anni, ne sono passati quasi 21 dalla storica rovesciata al Barcellona. La nostra intervista esclusiva a Mauro Bressan che ci ha raccontato tutte le emozioni di quella magica notte al Franchi. “Scambiai la maglia con Rivaldo, forse è l’unica volta che avrei tenuto la mia (ride ndr)”

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Era il 2 novembre 1999 e chissà quante volte l’avrà rivisitata in modalità slow motion. Già, perché fare gol ai blaugrana per un umile faticatore di centrocampo è roba da VHS in salotto, da raccontare orgogliosamente a figli e nipoti. Se poi lo fai con il gesto tecnico più difficile e apprezzato del globo, allora rischi seriamente di non dormire per un mese intero.

Siamo ampiamente al di là dell’ordinaria follia, la genuina incoscienza di Mauro Bressan è andata ben oltre il ragionevole sogno. Rovesciata da trenta metri contro il Barça di Rivaldo e Figo, tanto per citarne due a caso. Il primo vincerà il pallone d’oro nello stesso anno, il secondo dodici mesi dopo.

Al minuto 14 aprì così le marcature di Fiorentina – Barcellona: un solo rimbalzo prima che si consumasse il capolavoro, palla in rete dove finì anche Francesc Arnau. L’estremo difensore catalano che, nello strenuo tentativo di intercettare la traiettoria, si trovò ingessato nella rete del Franchi. Firenze in delirio tra l’incredulità di Rossitto, Pierini, Chiesa, Adani, Rui Costa e via discorrendo.

Lo speaker annunciò il nome del marcatore e la Fiesole in coro a far da eco. Contrariamente alle aspettative, ne scaturì un’esultanza molto sobria, un sorriso coperto dall’emozione che si concluse in un abbraccio collettivo. Per chi di mestiere non ha mai fatto il goleador, vien assai difficile celebrare momenti memorabili e godere appieno di ogni singolo istante.

Mauro, nel biennio in viola, vide la porta altre due volte, ma per tutta la vita riavvolgerà il nastro del famigerato minuto 14. Finì 3 a 3, quel gol è stato inserito tra i più belli della storia del calcio, in base ad un sondaggio Uefa.

Rooney, Ronaldinho, Van Basten, Ibra, Berbatov e Bressan. Nel salotto delle rovesciate cinque stelle che hanno segnato un’epoca, c’è un italiano da Valdobiaddene dai mezzi tecnici decifrabili e certamente lontano parente dei sopracitati. Un comunissimo centrocampista che alla voce palmares ha inserito una coppa Italia e nulla più, concludendo in maniera silente la carriera a Chiasso. Storia di un giocatore normale che per una notte si è accomodato al tavolo degli eletti per raccontare la sua figurina.

2 novembre 1999, Mauro Bressan rovesciò il Barcellona. Hai dormito quella notte?

“Sì, ho dormito perché non mi sono reso conto di quello che avevo combinato. Nel post gara ero con Trapattoni ai microfoni di Pressing e mi disse: ‘Mauro, non hai capito quello che hai fatto, fra qualche anno te ne renderai conto’. La cosa meravigliosa è stato il boato del pubblico subito dopo. Ho coronato un sogno, è un gesto tecnico che ho sempre provato sin da bambino. Poi ti riesce in una notte del genere contro il Barcellona, beh fai fatica a crederci”.

La tua idea era quella di calciare? Oppure sei andato d’istinto?

“In quel momento lì, la cosa più naturale era quella. Non ho pensato ad altro. Provavo e riprovavo in allenamento. Nelle giovanili era una cosa che mi era già capitata, ho sempre avuto questa predisposizione a segnare in acrobazia. E’ successo in quella partita e la palla è finita sotto l’incrocio. Mi emoziono ancora a rivederla. E’ successo ultimamente a Zaccagni e vi posso dire che far gol in quella maniera è completamente diverso”.

Era il Barcellona di Figo e Rivaldo, vinceranno entrambi il pallone d’oro nel giro di due anni.

“Rivaldo ha fatto due gol in quella partita, ci scambiammo la maglia. Forse è l’unica volta che avrei tenuto volentieri la mia (ride ndr). Scherzi a parte, il fatto di averla scambiata con lui mi ha reso ancora più orgoglioso per quanto accaduto quella notte. La custodisco gelosamente”.

Sei stato anche premiato dall’Uefa. Eri in buona compagnia…

“L’Uefa dieci anni fa organizzò un contest. E’ durata tipo sei mesi e su 20 gol io ero terzo, secondo, poi sono arrivato primo con un milione di voti. Alla fine, l’Uefa ha premiato i primi dieci. Qualche mese fa, France Football ha stilato la classifica dei gol più belli della Champions, tra Zidane e Ronaldo c’ero io al secondo posto. Insomma, sono finito in mezzo a due fenomeni. Magari avranno pure pensato: ma chi è sto Bressan?”

E’ stata la notte più bella della tua vita?

“Sì, quel giorno insieme alla vittoria della Coppa Italia con la Fiorentina l’anno seguente. Rappresentano l’apice della mia carriera, è il momento in cui senti di aver raggiunto un obiettivo”.

Batistuta leader, trascinatore e professionista esemplare durante gli allenamenti. Ci racconti un aneddoto che lo rappresenta nella sua interezza?

“Di Batistuta ho vissuto due fasi: all’inizio quando ha sofferto tanto i problemi fisici era taciturno, faticava a entrare in forma e spesso era triste. Poi nel girone di ritorno ho visto il giocatore che tutti hanno apprezzato. Una forza della natura, un centravanti travolgente, mai vista una roba del genere. Anche i grandi campioni hanno i loro momenti, poi però ne escono più forti. Gabriel era un trascinatore, un leader tecnico”.

Manuel Rui Costa fa parte di quella categoria di giocatori che non esistono più. Pensava in un modo differente e viveva con i suoi ritmi e con la sua classe. Aveva gli occhi dietro la nuca.

“Non ce ne sono oggi giocatori come lui. Correva, lottava, si abbassava per prendere palla, sfornava assist, era un tuttocampista che avevi sempre, in qualsiasi momento. Non ti abbandonava mai ed era dappertutto. Faceva tutto e bene. Forse, l’unica pecca è che vedeva meno bene la porta. Però a volte ti veniva il dubbio che si divertisse di più a fare l’ultimo passaggio. Sapeva leggere il gioco e l’ha fatto come pochi. Rui Costa era più uomo spogliatoio di Batistuta. Così come Mijatovic, che veniva dall’esperienza al Real Madrid”.

C’erano altre grandi personalità in quella squadra: Francesco Toldo, per esempio.

“Francesco è un amico, l’ho sentito di recente. Toldo è e resterà un gigante buono. Ho giocato con lui a Montebelluna, poi insieme al Milan e alla fine ci siamo ritrovati alla Fiorentina. Una grande persona e poi un grande professionista. Ha avuto una crescita graduale, dalla C2 fino ai grandi palcoscenici, meritandosi tutto quello che ha fatto. Nonostante l’enorme concorrenza di quegli anni, si è consolidato tra i più grandi della nostra epoca”.

Giovanni Trapattoni e il suo modo di relazionarsi con il gruppo.

“Che bel personaggio il Trap. Quando facevamo i ritiri correva con noi. Ci diceva sempre: ‘L’allenamento serve per non farsi male, non dovete fare troppo. La partita è allenante, serve per entrare in forma’. Lui era bravo a smorzare i toni quando vincevi e ad alzarli quando perdevi. Nel periodo negativo ci trasmetteva positività, non ho visto tanti allenatori fare questo. Dava gli impulsi giusti e sapeva gestire il gruppo. Posso dire di aver imparato tante cose a 28 anni grazie a lui”.

Quanto è cambiato il calcio negli ultimi 20 anni? Abitudini e modi di vivere lo spogliatoio.

Tanto. Oggi i calciatori sono più distaccati, forse meno vicini anche alla gente. I nostri gruppi avevano un prima e dopo. L’allenamento, la cena insieme e altri momenti di condivisione. Adesso sono delle piccole aziende e anche per questo sono un po’ più soli rispetto a prima. Quando ero a Cagliari andavo a mangiare coi tifosi nelle loro fattorie. Ci fermavamo e facevamo festa. Erano momenti di condivisione e di vicinanza. Adesso il calcio per tanti aspetti è cambiato”.

Mario Lorenzo Passiatore

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