Protti, Lo Zar: “Bari, il trenino del gol e quella volta che firmai per l’Inter ma…” [Esclusiva]

La nostra intervista esclusiva a Igor Protti. Una macchina da gol tra i professionisti, 248 in carriera, sempre al servizio della squadra. Igor, l’amore per Bari, il tandem con Sandro Tovalieri e la storia del contratto in bianco su consiglio di Matarrese. “L’inter? Avevo firmato i documenti ma…”

Baiano/ “Batistuta aveva fame. Che tridente a Foggia, fiducia in Commisso” – Esclusiva

Igor “Lo Zar” o se preferite Re Protti. Ha segnato ovunque, con chiunque e da ogni posizione. Ha vinto la classifica cannonieri in A, B e C: un record assoluto che condivide con Dario “Tatanka” Hubner. C’era una volta un altro calcio, a cavallo tra gli anni 90 e primi 2000. Quello delle sette sorelle, delle salvezze sopra i 40 punti e dei numeri 10 con la fascia da capitano. Leader tecnici e uomini spogliatoio, attaccanti totali con la testa e la visione di un regista. C’erano le coppie gol e i trenini dopo le esultanze, quelle che hanno segnato un’epoca. Protti-Tovalieri a Bari, Protti-Lucarelli a Livorno. Igor ha il cuore diviso a metà e come dice Lo Zar: “La gente quando ama non dimentica”. E uno così, come si fa a non amarlo?

La Lazio, l’esperienza con Zeman, Beppe Signori e quel contratto sottoscritto con l’Inter e mai depositato. Eppure, Igor nella stagione che diventa cannoniere in A, era senza contratto. Andò in ritiro a Bari pur non avendo firmato nulla. Lo farà dopo, in bianco, assecondando la proposta di Matarrese. Storie di vita, di vita vera e di professionismo: 21 anni, per l’esattezza. Sempre a suon di gol.

Insieme a Hubner sei l’unico ad aver vinto il titolo di capocannoniere in A, B e C.

“E’ un record che mi rende orgoglioso. Avevo caratteristiche diverse da Dario, non abbiamo mai avuto la fortuna di giocare insieme ma ci saremmo completati bene. Io ho fatto tutti i ruoli dell’attacco: centravanti, seconda punta, attaccante esterno, trequartista. E ho iniziato a Rimini da centrocampista. Con il tempo e il lavoro sono arrivato a vincere la classifica cannonieri. L’altra cosa di cui si parla poco che per sette/otto volte il mio partner d’attacco ha raggiunto il suo record di gol con me. Negli anni ho migliorato il rapporto con la porta mantenendo la mentalità da centrocampista”.

Bari, il calore del pubblico e quel trenino che ha fatto la storia. Come nasce l’idea?

“E’ stata la prima vera esultanza di gruppo, di squadra. Fu un’interpretazione sbagliata suggerita da Miguel Angel Guerrero, che poi diventò popolare. Ci disse che in Colombia celebravano i gol esultando a quattro zampe, verso la bandierina. La provammo per la prima volta a Padova, non con l’Inter a Milano, quella è successiva. Dopo il gol di Pedone, tutti si sono accodati in un insolito trenino. A fine gara Guerrero ci disse che l’esultanza era sbagliata. Avremmo dovuto farla a quattro zampe in maniera disordinata. Il trenino nacque così per sbaglio, ci appassionò e continuammo a farlo. Da un errore ne scaturì un’esultanza originale che è diventata un tormentone in tutti i campi di calcio a 5 d’Italia”.

Matarrese e il contratto in bianco firmato in ritiro. Come è andata?

“La stagione che ho vinto il titolo di capocannoniere ero senza contratto. Andai in ritiro senza vincoli, mi allenai per dieci giorni e poi il presidente mi convocò per chiedermi un atto d’amore nei confronti del Bari. Firmai il contratto in bianco. Quell’anno vinsi la classifica dei cannonieri. E’ anche questo il calcio. Dopo 24 anni conservo un legame incredibile con la città”.

Stagione ’96/97 approdi alla Lazio. Protti, Signori, Casiraghi: un attacco cinque stelle, ma qualcosa con Zeman non ha funzionato.

“Purtroppo non ho un bel ricordo del mister, sia dal punto di vista umano che professionale. E’ stato un binomio che non ha funzionato. Io c’ho messo tutto me stesso per entrare in un sistema, in un modo di giocare che non conoscevo. Mi dispiace che non sia andata bene. Sono arrivato alla Lazio a 29 anni, da capocannoniere, insieme a Signori che poi ho ritrovato alla Lazio. Ho dato il meglio con gli allenatori che mi hanno dato una certa libertà di movimento. Zeman aveva un’altra visione, ho provato anche a cambiare le mie abitudini, ma quando pensavo di fare una determinata cosa perdevo sempre un tempo di gioco. Può essere stato un mio limite”.

E’ vero che sei stato a un passo dall’Inter?

“Con l’Inter avevo anche firmato i documenti. Fu un patto tra gentiluomini, il contratto doveva rimanere una cosa privata, fino alla cessione di Zamorano, che l’anno prima non aveva fatto benissimo. Zamorano non andò più via, venne meno la condizione principale e, il contratto, come da accordi verbali, non fu depositato. Nella stessa finestra di mercato sono andato alla Lazio”.

Livorno, un’altra valanga di gol tra un mare di ricordi.

“La prima volta sono arrivato nell’85 e ho fatto tre anni di serie C. Una grande gavetta, avevo 18 anni e quel campionato era una guerra che mi ha formato come uomo e giocatore. Lì mi sono innamorato della squadra, della città e ci siamo lasciati con il desiderio di riabbracciarci un giorno per centrare la Serie B che mancava da tanti anni. Sono tornato nel ’99 e siamo andati oltre le aspettative, centrando addirittura la serie A. Il più bel ricordo è il gol a Treviso, penultima giornata del campionato 2001-2002: la partita che ci ha aperto le porte della serie B”.

Quali sono gli altri gol iconici di Igor Protti?

“Ce ne sono diversi a cui sono particolarmente legato. Oltre a quello di Treviso con la maglia del Livorno, sicuramente Bari-Cremonese 2-1, è un altro gol che mi rappresenta parecchio. Così come la rete nel derby (Lazio-Roma 1-1), un pareggio che agguantammo allo scadere con un mio gol al 92’. Ancora, un’altra grande emozione fu Napoli-Juve 2-2, con il pari maturato grazie a un mio gol. E poi Messina-Reggina 1-0, ho avuto il piacere e il privilegio di decidere il derby dello stretto”.

Il miglior partner offensivo nel corso della tua carriera.

“Fare un nome è impossibile, ho fatto 21 anni di professionismo e ho avuto tanti compagni bravi. I tre con i quali ho avuto maggior feeling sono: Sandro Tovalieri, Cristiano Lucarelli e Kennet Andersson. Ma anche Gigi Casiraghi alla Lazio, è un altro con cui mi sono trovato bene. Ho un bellissimo di ricordo di tutti i compagni d’attacco con cui ho giocato”.

Esiste un Protti nel calcio moderno?

“Ogni giocatore ha le sue caratteristiche. Un giornalista di Bari mi ha detto l’anno scorso che nei movimenti di Lautaro Martinez e in alcune situazioni di gioco, rivede me. Nuccio Barone, mio compagno di stanza a Bari mi chiamava Toro, perché ero uno dei pochi attaccanti che picchiava anche i difensori, nonostante non fossi un gigante dal punto di vista fisico”.

Ti piace l’Italia del Mancio?

“Mi piace tanto la Nazionale di Roberto Mancini. Gioca molto bene a calcio, ha un’ottima di qualità tecnica pur non avendo il dieci tipico alla Baggio, Del Piero, Totti, Mancini. Roberto è stato un campione incredibile e, secondo me, non è stato celebrato abbastanza. E soprattutto, la nazionale non gli ha dato quello che avrebbe meritato. Mi piace pensare che ciò che non ha avuto da calciatore in azzurro, gli possa tornare tutto da allenatore. Lo spero per lui e per tutti gli italiani. Magari con la gente allo stadio, perché senza i tifosi è tutto più triste”.

Mario Lorenzo Passiatore

0 comments on “Protti, Lo Zar: “Bari, il trenino del gol e quella volta che firmai per l’Inter ma…” [Esclusiva]Add yours →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *