Dal cappotto talismano alla tuta “scacciaguai”: i segreti del primo Mourinho

Nel giorno del suo compleanno abbiamo fatto un viaggio nei rituali scaramantici di uno degli allenatori più vincenti della storia del calcio. L’ossessione di provare a controllare l’imponderabile: “Sfido me stesso più di quanto non sfidi gli altri”

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Accentratore, psicologo e amico delle pressioni. Chi ha giocato la partita della vita in conferenza stampa contro di lui ha perso sempre. Stritolato dalla sua dialettica e dal quel modo frontale di comunicare. Principio numero uno: i suoi uomini prima di tutto, esistono solo i giocatori. Mourinho ha costruito una corazza intorno alle sue squadre, isolandole dagli attacchi mediatici e spostando il mirino su di sé.

Ha sfidato tutti, pure se stesso, tranne la scaramanzia. Ha provato a portare anche quella dalla sua parte. Per chi ci crede è una roba seria, ogni dettaglio deve incastrarsi perfettamente nei disegni pre-gara. Il cappotto simbolo di eleganza e talismano portafortuna. Non si è mai separato a inizio carriera da quel soprabito che profumava di storia e scaramanzia durante le grandi notte europee. Al Porto, così come al Chelsea era una sana abitudine da rispettare e se a confermarlo erano i risultati, cosa fai non lo indossi?

L’ha indossato e poi l’ha messo all’asta per una fondazione che aiutava i bambini malati di cancro. L’ha acquistato un tifoso del Chelsea che dopo averne apprezzato la qualità del capo, ha fatto un altro gesto nobilissimo: l’ha donato al museo del club.

Scaramanzia vuol dire provare a mettersi al riparo dall’imponderabile, da tutto ciò che non potresti controllare. “Preparo l’allenamento, la partita e anche la conferenza stampa”. Si chiama ossessione. Prima della finale di Madrid 2010 che vide l’Inter trionfare sul Bayern, chiese ai suoi giocatori di presentarsi allo stesso modo delle ultime trasferte che avevano vinto. Niente vestiti eleganti, avanti con la tuta che aveva portato bene sin lì. A confessarlo è stato Cristian Chivu, anche se molti giocatori non possedevano più quelle tute, le avevano regalate.

Rituali che hanno influenzato anche il gruppo, tipo il difensore rumeno, che ha smesso di tagliare i capelli prima delle partite dopo aver collezionato due espulsioni di fila. Se porta male, stop al barbiere.
Nel 2017, da allenatore dello United contro l’Anderlecht (quarti di Europa League) tirò fuori un amuleto a bordocampo. Fu beccato dalle telecamere mentre lo baciava. Andò bene, perché pochi minuti dopo arrivò il gol di Rashford nei supplementari.

Fare il massimo dentro e fuori dal campo attraverso il lavoro. Solo per chi ci crede e non vuole lasciare nulla di intentato. Gli allenamenti erano ad altissima intensità, come ha spiegato Marco Materazzi. 7 contro 5, 11 contro 9 e 11 contro 10. Abituarsi alle difficoltà, prepararsi al peggio perché prima o poi il peggio arriverà e bisogna imparare a galleggiare. E’ successo nell’aprile 2010 in occasione della semifinale di Champions: Barcellona-Inter 1-0, con i nerazzurri in 10 uomini dal 27′ del primo tempo per l’espulsione di Tiago Motta. “Siete abituati ad allenarvi in inferiorità numerica, siete abituati alle difficoltà”. Arrivò il pass per la finale di Madrid e poi il trionfo ai danni del Bayern.

La sintesi del personaggio è racchiusa nelle sue ossessioni, nel suo modo di relazionarsi con gli altri e nella costante ricerca del nemico. Uno stimolo per i suoi uomini a fare sempre meglio e ad andare oltre.

“Sfido me stesso, più di quanto non sfidi gli altri. Cerco sempre di fissare obiettivi difficili, penso di essere sempre in competizione con me stesso”. Per vincere contro se stesso ha provato a controllare l’imponderabile.

Mario Lorenzo Passiatore

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