L’infanzia di Sinisa: “Gli scatti più veloci li ho fatti dal letto alla stufa”

Nel giorno del compleanno di Mihajlovic abbiamo ripercorso i tratti salienti della sua infanzia con degli estratti de “La partita della vita”: la toccante biografia del campione serbo. “La temperatura in casa era talmente bassa che mentre facevo la pipì battevo i denti”

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Ne ha fatta di strada Sinisa, prima di consacrarsi come giocatore in patria e poi in Italia. La vittoria della Coppa dei Campioni con la generazione d’oro della Stella Rossa l’ha messo definitivamente in vetrina nella stagione 1990-1991. Insieme ai tanti gioielli che quella terra sfornava un anno sì e l’altro pure. Era la squadra di Vladimir Jugovic, Dejan Savicevic, Robert Prosinecki e Darko Pancev. Tutta gente che vedremo più avanti in Europa e tre addirittura passeranno dall’Italia.

Prima di scaldare il cuore dei tifosi, il sinistro di Sinisa graffiava le serrande dei garage disturbando il sonno del signor Dragan alle sei di mattina. L’orario in cui proprio il vicino di casa andava a dormire, lavorava come guardiano alla fabbrica Bata. E’ stato il primo a fare i conti con le bombe di Miha e facevano ancora più male perché il rumore della saracinesca si amplificava in tutta la via.

Una vita a sgomitare e a disegnare traiettorie tra le strade di Vukovar. E’ l’adolescenza da brividi di Sinisa Mihajlovic, segnata dagli inverni gelidi di casa dove non c’era il riscaldamento e il freddo era il nemico numero uno con cui fare i conti ogni giorno. La sera prima di andare a dormire e puntualmente ogni mattina dopo il risveglio.

“Nella mia vita gli scatti più veloci non li ho fatti da calciatore, ma da bambino quando correvo dal letto alla stufa per scaldarmi e dalla stufa al bagno, distante in realtà due metri. Restavo al massimo un minuto perché la temperatura era talmente bassa che mentre facevo la pipì battevo i denti”.

Erano le difficoltà di tutti i giorni prima di fare colazione con pane e latte. Sempre nella sua biografia “La partita della vita” ricorda alcuni momenti di vero sollievo, quando andava a far visita allo zio Drago che viveva in un appartamento in cui termosifoni conservavano sempre un dolce tepore. Aveva scelto una stanza che spesso occupava per gustarsi quell’atmosfera così accogliente.

 “Quando andavamo da lui a mangiare o per incontrare altri parenti, la prima cosa che facevo era fiondarmi in bagno. Mi sedevo sulla tazza, come fossi un re sul trono, prendevo un giornale e ci passavo le ore. Poter restare con i pantaloni abbassati alle caviglie e le gambe nude senza che si gelassero, mi sembrava un privilegio inestimabile di cui approfittare ogni volta”.

Il rapporto con il padre non è stato sempre idilliaco, ha vissuto momenti di terrore che l’hanno segnato in maniera profonda. Di mezzo c’era la grappa e l’alcol in generale, che spesso diventava il rifugio ideale di papà Bogdan nel dopo lavoro. Il suo rientro a casa suscitava attimi di imbarazzo negli occhi della madre.

“Se si trovava fuori, tra la gente, si controllava un po’ di più, ma se era in casa inventava sempre qualcosa per litigare con mia mamma, alzando anche le mani. Tanto che un paio di volte fu costretta a scappare, portando via con sé noi figli, spaventatissimi, e a rifugiarsi dalla signora, sua amica, che la mattina guardava mio fratello Drazen. Attendevo con ansia e paura che papà tornasse a casa dal lavoro dopo le 16, per capire cosa ci aspettava”.

L’infanzia è stato il periodo più duro, Miha doveva prendersi cura del fratello più piccolo. Prima la colazione da preparare per entrambi, poi la corsa verso la stufa con il brusio della radio a far da compagnia a una nuova giornata. I genitori erano già fuori al lavoro, poi un giorno Sinisa trovò il modo di fare due chiacchiere con mamma.

“Quando ho iniziato le elementari, veniva una signora alle 7.30 a darmi il cambio per controllare mio fratello Drazen. A distanza di tempo chiesi a mia madre come potesse fidarsi: lasciare due bambini così piccoli da soli per ore. Mi rispose con la dura onestà di chi non aveva alternative: ‘E che dovevo fare? Non c’erano soldi. Non si poteva fare altrimenti.’”

Mario Lorenzo Passiatore

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