Legrottaglie/ “Del Piero leader, Nedved riservato. E quell’aneddoto con Ibra..” ESCLUSIVA

Intervista esclusiva con l’ex difensore della Nazionale italiana che racconta diversi aneddoti della sua carriera da giocatore.

La carriera da calciatore di Nicola Legrottaglie è paragonabile alle montagne russe. Grandi salite e discese ripide. Un via-vai di emozioni che lo hanno fortificato in primis come uomo e poi come calciatore. Oggi Legrottaglie è un allenatore che si è già affacciato in Serie B sulla panchina del Pescara. Noi lo abbiamo intervistato in esclusiva per Calcio Totale.

Lei ha giocato nel Chievo dei miracoli di Del Neri. Quale era il segreto di quella squadra?

Quella squadra aveva le fondamenta per fare bene. Un progetto che è durato 10-15 anni e ha fatto divertire un’intera nazione. C’era attenzione ai particolari, c’erano principi e valori umani nello spogliatoio e in società. Avevamo fame, c’era gente che voleva arrivare e diventare protagonista. Avevamo una guida eccezionale come Gigi Del Neri. Loro sono partiti dalla D e hanno vinto tutti i campionati.

A proposito di Del Neri, cosa le ha trasmesso?

Aveva ben chiare le sue idee. Mi ha aperto la mente, anche se io inizialmente non ero molto d’accordo perché volevo giocare com’ero abituato. Poi quando si prospetta il cambiamento tanti vanno in tilt perché vogliono rimanere nella propria zona di comfort. Invece bisogna abbandonare la costa e buttarsi nell’oceano. Tanti suoi principi me li sono portati nel mio bagaglio di allenatore.

L’impatto con il mondo Juventus non è stato positivo. Come mai?

Iniziai bene, vincemmo le prime dieci partite. Il problema di quelle squadre è che ti trovi ad avere maggiori responsabilità. E ogni cosa che facevi in quel contesto veniva amplificato. Anche un passaggio sbagliato. Io venivo da un altro tipo di atteggiamento, non c’erano quelle pressioni. Non avevo la giusta umiltà, sono arrivato già convinto di essere forte. Come spesso succede, prima devi sbagliare per imparare. Il pallone mi pesava, avevo la pubalgia e chi stava lì lo sapeva. Ho voluto tornare indietro per riprendere qualcosa che mancava dentro di me. Quando vuoi raggiungere un obiettivo nella vita, il tuo primo nemico non sono gli avversari ma è il tuo ego. Ho voluto affrontare il mio io, il mio primo nemico. Sono ripartito da lì, dalle cose che avevo lasciato quando ho trovato successo, contratti e notorietà. Il momento peggiore della nostra vita, diventa il momento migliore per ripartire.

Siena tappa per la rinascita umana e professionale…

Ci sono vari modi per cambiare direzione, convertirsi significa proprio quello. Io credo molto nelle relazioni, solo chi ha la mente aperta al cambiamento cresce e migliora. A me è successo con Tomas, è stato un tassello importante della mia vita.

Ritorni alla Juventus in Serie B. Come è stata quell’esperienza?

Era un ambiente particolare perché nessuno pensava di vivere una cosa del genere. Ma allo stesso tempo sono venuti fuori i valori dei giocatori. Dalle grandi tragedie possono presentarsi grandi opportunità. Ci siamo guardati in faccia, soprattutto con chi ha deciso di restare e di ripartire con la stessa maglia. Per me resta uno degli anni più belli. E’ vero che è stato semplice sulla carta, ma siamo andati in posti nuovi dove la gente ti trasmetteva grande affetto. Un giorno posso dire di essere stato partecipe di questo evento.

Con Del Piero capitano. Come è stato giocare con lui?

Io credo nell’unicità delle persone, Del Piero è unico. Un capitano che in campo faceva la differenza, lui era un leader di campo e faceva pesare le sue competenze. Fuori era un po’ più riservato, ma io credo in quei leader che con l’esempio trascinano gli altri. Per la sua semplicità, per il mondo di relazionarsi con gli altri nonostante il nome che portasse e le pressioni che c’erano.

Lei ha fatto coppia con Chiellini alzando l’asticella delle prestazioni…

Chiello è stato il mio partner ideale. In quel momento storico eravamo la coppia più forte d’Italia. Non c’erano altre coppie così affiatate. Lui ha iniziato a giocare in quel ruolo, è stato umile, ha voluto imparare e poi sono venute fuori le sue qualità ed è diventato uno dei migliori interpreti del ruolo.

C’era anche Nedved, un Pallone d’Oro. E’ vero che si allenava tanto?

Era fissato per le sue abitudini. Era molto riservato, alle 9 andava a letto e si svegliava presto la mattina. Aveva quell’idea di vita che era anche giusta, era un vero professionista. Eravamo noi quelli che facevamo le cose sbagliate. L’ho sempre rispettato anche se abbiamo visioni di vita diverse, ma io ho imparato a rispettare abitudini e idee degli altri.

Prima Lippi, poi Deschamps ed infine Ranieri. Quali sono le differenze?

Sulla gestione erano molto simili. Persone di grande spessore dove potevi tranquillamente parlarci, confrontarti. Didier era più introverso e non amava esternare le proprie emozioni ma era così anche da calciatore. Lippi aveva una capacità unica di condurre un gruppo, ti faceva vivere le cose negative in maniera molto serena. Di Ranieri mi ha colpito la sua umiltà e la sua adattabilità. Quando è venuto alla Juve ha capito i punti di forza di quella squadra e ha cambiato alcune idee. Non è da tutti, perché spesso gli allenatori impongono sempre il loro credo. E’ stato bravo a saper adattarsi, arrivò il secondo posto e il ritorno in Champions. Ma anche dal punto di vista etico e umano si è confermato una grande persona. Un signore, proprio come lo vedete dall’esterno.

5 novembre 2008, Real Madrid-Juventus. Che ricordi ha di quella partita?

Emozioni uniche. Il giorno prima si respirava un’aria diversa quando siamo entrati al Bernabeu. Poi andare lì e vincere in quel modo: wow. E’ da mettere nell’almanacco e far vedere a mio figlio quando crescerà. E’ un pezzo di storia e sono orgoglioso di averne fatto parte.

L’esperienza al Milan è durata poco…

Io da piccolo tifavo Milan, anche mio padre era super tifoso. Per me andare al Milan è stato un dono, un grande regalo. Purtroppo mi sono fatto male alla prima partita, infortunio che mi ha penalizzato per il proseguo. Poi sono rientrati Nesta e Thiago Silva e ovviamente loro erano dei monumenti. Mi ha colpito l’ambiente Berlusconiano. Mi sentivo in famiglia e ho capito perché era un club vincente. Mi sono preso tanti principi di leadership da quell’ambiente.

Ha ritrovato Ibrahimovic, ci racconta un aneddoto?

Abitavamo nello stesso palazzo, avevamo un ottimo rapporto e uscivamo spesso insieme. Quando lui mi ha ritrovato al Milan con un altro atteggiamento e un’altra visione della vita, mi disse un giorno: ‘Va bene tutto, però ricordati che i campionati te li faccio vincere io e non Gesù’. Un grande personaggio.

A Catania il grande exploit. Come ha vissuto l’esperienza in Sicilia?

Ho riscoperto il valore dell’essere protagonista. Non voglio fare sviolinate ma quella città mi è entrata nel cuore. I tifosi, l’ambiente, tutto. L’affetto che ho ricevuto è stato unico. Abbiamo fatto grande calcio in quei due anni. Era un gruppo molto forte e di grande qualità: Papu Gomez, Barrientos, Bergessio, Almiron, Lodi, Izco. Ci siamo divertiti e abbiamo fatto divertire. Spesso dicevo: ‘Non vi dimenticate delle cose buone che abbiamo fatto, perché prima o poi le cose finiscono’. Adesso mi dispiace che il Catania soffra in una categoria non consona al blasone del club.

C.R.

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