Lazio – Roma, Fiore: “Il derby è ovunque, condiziona la vita comune della città” – [ESCLUSIVA]

Abbiamo intervistato l’ex centrocampista della Lazio che ci ha raccontato l’atmosfera che si respira a Roma prima e dopo il derby. “Se vinci puoi andare in giro anche alle tre di notte e nessuno ti dice nulla. Se va male, eh se va male meglio stare a casa” (ride ndr)

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Tre anni con la maglia biancoceleste e una coppa Italia vinta da leader e trascinatore nel 2004, risultando il miglior marcatore del torneo. Stefano Fiore ha vissuto la Lazio e gli ambienti romani da molto vicino. Dai rumors continui delle radio capitoline, agli sfottò dei tifosi dopo un derby finito non proprio secondo le aspettative. Roma città nella settimana del derby raccontata da chi certe partite le ha giocate. Il risultato cambia l’umore della gente: dal panettiere, al barbiere, al benzinaio. Tutti, nessuno escluso, sono emotivamente coinvolti. “L’aspetto peculiare del derby di Roma è che il risultato condiziona la vita comune, soprattutto quella successiva alla partita”. Si aspetta con ansia, intanto si chiacchiera ovunque e si arriva tesi come una corda di violino. E’ una questione di nervi, non solo di campo. Purtroppo gli spalti saranno vuoti e non sarà la stessa cosa.

Il derby di Roma è diverso da tutti gli altri. Per folclore, passione e pressione. Che aria si respira i giorni prima?

“Adesso è cambiato tutto purtroppo per via della pandemia. Giocare il derby senza tifosi non è la stessa cosa. La gente è l’anima del derby: gli sfottò, le coreografie, i cori. E’ tutto il contorno che è diverso a Roma. Penso alla pressione delle radio e ai giornali. Si comincia venti giorni prima a parlare della partita. Ai miei tempi era la gara dell’anno, per assurdo interessava più quella partita che il piazzamento finale in  campionato. Per gli sconfitti si creava una certa sudditanza fino al derby successivo e si protraeva per mesi. L’aspetto peculiare è che il risultato condiziona la vita comune, soprattutto quella successiva alla partita. Se va bene, puoi andare in giro anche alle tre di notte e nessuno ti dice nulla. Se va male meglio stare a casa (ride ndr)”.

Qual è il tuo ricordo più bello legato al derby?

“Ho avuto la sfortuna di non vincerne neanche uno. Però mi sono tolto la soddisfazione di fare due gol: uno in campionato e l’altro in coppa Italia. Ricordo con piacere il primo che finì 2 a 2, segnai sotto la Nord. Sfruttai l’ingenuità di Zebina e feci un gol da opportunista. Poi la corsa folle sotto la curva. E’ tra i ricordi più belli”.

Lazio o Roma, chi vedi meglio in questo momento?

“A vederle giocare ti direi la Roma, ora. Mi sembra una squadra più continua. Fonseca ha dato un’identità, la squadra trova la via del gol con grande facilità. La Lazio sta alternando cose buone a cose meno buone, complice anche l’impegno in Champions che ha portato via delle energie importanti. In un anno in cui ci si allena pochissimo con tanti impegni ravvicinati. Non ha una rosa molto profonda, per cui ha lasciato qualche punto per strada. Ci arriva meglio la Roma, ma potrebbe non significare nulla perché i derby si giocano sulle energie nervose”.

I ricordi più belli della tua esperienza in biancoceleste.

“Purtroppo non ho avuto una lunga militanza alla Lazio. Dopo la vittoria in Coppa Italia, il club non stava benissimo da un punto di vista economico, si rischiava addirittura il fallimento. La mia cessione aiutò alla salvezza della società. C’erano ancora delle vecchie pendenze con il Valencia e quella cessione servì soprattutto per far quadrare i conti. La cosa che ricordo con piacere di quegli anni è il gruppo. Nonostante la situazione difficile che c’era in società, insieme a Mancini ci compattammo e riscoprimmo dei valori umani importanti. Giocavamo tante volte senza ricevere lo stipendio, era bello anche condividere quelle difficoltà insieme. L’idea era: ‘Proviamo a fare bene sul campo per aiutare il club a uscire da quella situazione’. Sono nate delle amicizie importanti in quegli anni”.

Che meraviglia El Piojo Lopez. Un giocatore che in Italia non è riuscito a esprimere tutto il suo potenziale.  

“Un ragazzo splendido, era parte di quel gruppo unito, c’era una bella sinergia tra italiani e stranieri. Claudio era un argentino atipico, molto simpatico, ben integrato con lo spogliatoio. Dal punto di vista tecnico ha fatto meno di quello che avrebbe potuto perché a Valencia era abituato a giocare di ripartenza. E soprattutto, in Spagna partiva molto largo, invece da noi si è ritrovato a fare la seconda punti nel 4-4-2. Se avesse fatto la punta esterna in un 4-3-3, avremmo visto il vero Claudio Lopez in Italia”.

Prima di andare a Valencia, sei mai stato vicino alla Juve?

“Mi sento di dire di no. Però posso raccontarti un aneddoto. Nel 2004 quando arrivò Lippi in nazionale, giocai titolare le prime gare di qualificazione. E in una di queste occasioni mi rivelò che lui aveva spesso pensato di portarmi alla Juve perché apprezzava il mio modo di giocare. Un desiderio che non si è mai trasformato in una trattativa, altrimenti l’avrei saputo”.

Mario Lorenzo Passiatore

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