La lezione di Sacchi: “Il cervello prima dei piedi. E il talento deve…”

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Un pensiero importante quello di Sacchi che tende a sottolineare l’importanza del collettivo in una squadra di calcio.

Andare controtendenza è stato sicuramente il motto di Arrigo Sacchi che fin dal primo giorno da allenatore ha preferito intraprendere una strada lontana anni luce dal solito gioco all’italiana, il classico difesa e contropiede. Un pensiero troppo lontano dai pensieri di Arrigo che ha portato il Milan a vincere in Italia ed in Europa con un gioco rivoluzionario. Sacchi che nel corso degli anni, soprattutto in veste di commentatore, ha sempre esortato la nuova leva dei tecnici a cercare il gioco come fattore principale per arrivare alla vittoria. Non sempre è stato ascoltato. Anche a causa di una mentalità, la nostra, riluttante all’idea che il risultato non deve essere l’unico scopo di una squadra.

In Italia non è facile essere una squadra, perché siamo un popolo malato di protagonismo, individualista. Un allenatore deve essere fortunato perché deve trovare una società paziente,  competente e organizzata, poi in relazione alle disponibilità economiche, andare a prendere le persone più affidabili, intelligenti, con grande entusiasmo e senso dell’appartenenza.
Personalmente, a motivare i miei ragazzi c’era la stima che io provavo nei loro confronti e che loro provavano nei miei
“.

Le parole dell’ex allenatore del Milan al quotidiano ferraraitalia.it sono importanti per capire quanto il collettivo sia l’aspetto fondamentale per costruire una squadra. Ed il talento può diventare funzionale solo se asseconda il collettivo.

In quanto sport di squadra, è logico che il collettivo debba venire prima di tutto, con le caratteristiche che dicevo prima e con una società competente alle spalle. Al che si può puntare ad avere le persone giuste, quindi andare a prendere i giocatori che hanno una grande motivazione, entusiasmo e un forte spirito di gruppo. Poi arriva la funzionalità tattica, quindi la competenza e per ultimo il talento. Bisogna sempre tenere a mente che il giocatore deve essere presente con la squadra e per la squadra a tutto campo, tutto il tempo. Talenti che si muovono per proprio conto è un po’ come quando in un coro un cantante fa l’acuto, ma di un’altra canzone.
Di certo, fare squadra in Italia non è semplice perché siamo purtroppo un popolo prevalentemente individualista, malato di protagonismo eccessivo
“.

Un diktat che Arrigo Sacchi ha sempre fatto suo anche al cospetto di campioni importanti che il suo Milan ha portato in Italia. Non a caso ci sono stati in passato delle frizioni tra lui e Van Basten, tanto per citarne uno, che non ha mai digerito il pensiero sacchiano fino in fondo. Sacchi che è altresì convinto che nel giocatore è importante soprattutto la testa, più della tecnica individuale.

A parere mio, prima di tutto nel calcio vale la persona e non il giocatore e quindi l’intelligenza è molto più importante rispetto ai piedi.
Il gioco poi, equivale al motore per l’auto: il pilota sono i giocatori. Possono anche non essere così bravi, ma quando hanno tutte le altre componenti, qualcosa di dignitoso lo fanno sempre. E lo stesso fa la squadra
“.

Il calcio che tanto dato a Sacchi e che è stato ricambiato con tanta passione. Il tecnico di Fusignano è partito dal basso sempre con pensieri e un modo di vedere il calcio completamente diverso. Uno sport che ha lasciato nel momento in cui ha capito di non poter dare più un giusto contributo.

Io ho cominciato dai dilettanti facendo tutte le categorie, arrivando poi in serie A senza mai allenare dei campioni, ma ci sono arrivato perché la nostra squadra giocava un calcio nuovo, che divertiva, che migliorava i giocatori e che li ha portati per questo in serie A e in Nazionale. Io al calcio ho dato la vita e quando non mi sono sentito più pienamente coinvolto non era giusto che continuassi a pretendere dai giocatori ciò che io per primo non riuscivo più a dare. Ho comunque continuato a svolgere altri ruoli sempre nel contesto calcistico: sono diventato direttore tecnico del Parma e del Real Madrid e ho continuato comunque ad allenare squadre giovanili nazionali“.

Una carriera quella di Sacchi che lo ha visto allenare anche la Nazionale con la partecipazione al Mondiale del 1994 dove arrivò in finale perdendo ai rigori contro il Brasile di Romario e Bebeto (che oggi compie gli anni). Una Nazionale che puntava sicuramente sul collettivo ma anche e soprattutto sull’estro di Roberto Baggio che ha tolto parecchie castagne dal fuoco all’allenatore romagnolo. Proprio con il Divin Codino ci sono state spesso delle problematiche relative alla titolarità del numero 10 più amato dagli italiani. Sacchi gli preferiva calciatori con una maggiore duttilità tattica, salvo poi cambiare completamente idea quando due gol di Baggio permisero agli azzurri di superare l’ostacolo Nigeria agli ottavi di finale con il pareggio arrivato a pochi minuti dal termine del match.

In carriera Sacchi ha comunque dimostrato di essere uno degli allenatori più vincenti soprattutto in ambito europeo visto il suo palmares: 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentale, 2 Supercoppe Uefa oltre allo Scudetto.

Vittorie arrivate grazie ad una filosofia di gioco molto chiara: prima il collettivo, poi il singolo.

C.R.

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