De Zerbi: “Sono malato di tattica e delle qualità dei giocatori”

L’allenatore del Sassuolo ha raccontato un parte della sua vita professionale, le sue inclinazioni e gli obiettivi che si pone costantemente durante gli allenamenti. Metodo e applicazione prima di tutto: “La mia idea non è quella giusta o quella sbagliata, ma è la mia, e dentro questa idea riverso passione, studio, evoluzione e innovazione. Voglio che tutti abbiano questa stessa passione negli ambienti dove lavoro”

Davids e la Serie A degli anni ’90: “Vi spiego perché molti stranieri fallivano. E la scuola Ajax…”

Pogba dimentica la sua Rolls Royce. Ecco i calciatori con il “garage” più ricco

Suona il citofono: “Apri, sono Zaniolo e ho una sorpresa per te” [VIDEO]

Nel corso della 17esima puntata di Nero&Verde, la redazione di TRC ha intervistato Roberto De Zerbi per la prima parte di “De Zerbi racconta”. Riportiamo di seguito le dichiarazioni del tecnico bresciano che ha parlato di tutto, dalla sua vita e alle ossessioni di natura professionale.

“Per come sono fatto io, non riesco mai a godermi le cose, penso sempre allo step successivo. Dopo aver parlato con Carnevali e Squinzi sentivo addosso un gran senso di responsabilità, come se fossi sotto esame: da qui era passato Di Francesco, che aveva lasciato il segno, e dovevo mettermi alla prova. Difficilmente mi fermo a pensare a quanto di buono è stato fatto, piuttosto penso a quello che avremmo potuto fare in più. Da una parte è un difetto, perché non ti godi mai niente, ma dall’altro è un pregio perché sei sempre proiettato su quello che devi fare. Le poche volte che mi guardo indietro, vedo tutte le panchine fatte con il Sassuolo e in Serie A, e sono molto orgoglioso. Avere 250 panchine tra i professionisti a 41 anni, di cui 150 in Serie A e più di 100 a Sassuolo, è un vanto che non tutti possono avere. Un traguardo che ho potuto raggiungere grazie alla società, ma anche e soprattutto grazie ai giocatori, perché sono loro a starmi dietro e sono loro lo strumento attraverso cui vengo apprezzato o criticato“.

L’allenatore del Sassuolo si è raccontato a tutto tondo, dall’aspetto caratteriale al suo primo approccio da allenatore, sino ai colloqui con Carnevali, amministratore delegato dei nero-verdi. Un percorso di crescita che gli ha permesso di costruire un’identità alla squadra.

“La mia carriera da allenatore sta nel ricercare quello che non ho, una persona riflessiva come me trova sempre qualcosa che non c’è. La mia idea non è quella giusta o quella sbagliata, ma è la mia, e dentro questa idea riverso passione, studio, evoluzione e innovazione. Sono consapevole che sia una richiesta particolare e che sono molto esigente, non lascio spazio al “si può fare o non si può fare”: va fatta, e anche velocemente. Al di là dello stupore dei giocatori ad una mia richiesta, ero certo che l’esito finale sarebbe stato positivo. Al massimo è la disponibilità a non essere sempre al 100%. La rosa è stata costruita di concerto con le politiche societarie, quindi acquistando giovani di prospettiva. Ricordo di aver detto a Carnevali, in una delle prime riunioni, che se avessimo acquistato giocatori funzionali, in venti giorni la squadra avrebbe avuto un’identità. E in effetti è stato così: già nel 5-0 alla Ternana in Coppa Italia si vedevano moltissime cose che avevamo provato. L’1-0 con l’Inter è stato il mio biglietto di presentazione: oltre alla vittoria abbiamo proposto un gioco e un’organizzazione strepitosi”.

Come è cambiata la sua squadra nel corso degli anni e come i suoi giocatori si sono adattati alle innovazioni proposte dal tecnico. Non solo di natura tattica, anche semplici consigli tesi a spronare i ragazzi per fare sempre meglio.

“Sono malato di tattica e di qualità dei giocatori, entro nelle valutazioni di acquisti e cessioni – qui a Sassuolo come nelle altre società dove sono stato. Ancor prima dell’aspetto tattico e fisico c’è la passione per questo gioco: voglio che tutti abbiano questa stessa passione negli ambienti dove lavoro. Questo aspetto non traspare facilmente: a me piace semplificare il calcio come lo giocano i bambini, come quelli che pagano il campo dalle sei alle sette. Senza questo, si fa fatica a capire cosa chiedo dal punto di vista tattico. Esperienza? All’inizio non ti sembra così determinante, ma quando te la conquisti capisci fino in fondo la sua importanza. Di sicuro sono migliorato: riesco a leggere meglio la partita, ad essere più bravo nella strategia, a riflettere di più e agire meno d’istinto. Dal punto di vista tattico, devi avere la lucidità di capire fino a quando puoi spingerti in là con il pensiero, e quando invece fermarti. Andare oltre significa non mettere i giocatori nelle loro condizioni ideali, facendo uscire più un mio ego che un gioco concreto. Il primo anno variavamo spesso la difesa da 4 a 3, il secondo anno siamo partiti con il trequartista e le due punte, poi abbiamo capito che serviva sempre l’ampiezza nella nostra squadra. Ho ribaltato tutto per far coesistere quanti più giocatori di qualità possibile: abbiamo alzato il baricentro e, secondo me, stiamo difendendo meglio. Consigli è diventato un portiere ancora più bravo e completo. Sono felice di questi cambiamenti, ma tornando indietro avrei anche fatto qualcosa di diverso“.

Un pensiero rivolto agli insegnamenti dell’ex patron Giorgio Squinzi e di sua moglie Adriana Spazzoli, scomparsi entrambi nel 2019 a distanza di un mese.

“Il carisma del Dottor Squinzi e della Dottoressa Spazzoli si intuiva soltanto dallo sguardo. Mi porterò sempre dietro le parole del Dottore che, quando ci siamo conosciuti, mi disse di voler vedere una squadra giocare bene e attaccare. E’ una frase che mi rimbomba spesso nelle orecchie. Fare l’allenatore è pesante sotto il punto di vista dell’assunzione di responsabilità: penso che la richiesta di Squinzi sia una di quelle responsabilità che sto rispettando”

Elogi, critiche e pressioni. Tre aspetti esasperati del mondo del calcio che contribuiscono continuamente ad alzare l’asticella e fare sempre meglio. A patto che non sia dannose per l’ambiente.

“Le critiche le ascolto, ne tengo conto, ma spesso mi fanno arrabbiare perché sono poco costruttive fatte da invidiosi che parlano per partito preso, mi sono fatto una corazza per difendermi. Non è facile fare l’allenatore in questo momento perché quando va bene è tutto dovuto, quando va male sei l’unico capro espiatorio. I complimenti gente di calcio come Guardiola, Sarri e Rummenigge mi hanno fatto molto piacere. A Sassuolo non c’è pressione, si lavora in tranquillità: o sei bravo a crearti la pressione da solo con le tue motivazioni, oppure fai fatica. Io sono uno che si crea la pressione, a cui manca quando non c’è e so come gestirla: per un giocatore che non è abituato, qui a Sassuolo c’è il rischio di non trovare stimoli. Credo che l’unica pressione avuta da un giocatore in questi tre anni a Sassuolo sia stato il sottoscritto. Io inseguo sempre la perfezione, e spero di conservare questo aspetto perché mi dà il fuoco per andare avanti. Il giorno che non la cercherò più sarò finito come allenatore. Staff? Ha un ruolo fondamentale: io sono solo la punta dell’iceberg, ma ho sempre ritenuto che alcuni componenti fossero più bravi nella loro mansione di me nella mia. C’è condivisione non solo di idee, ma anche nella scelta della formazione e nello sviluppo della settimana”.

NON PERDERTI I NOSTRI APPROFONDIMENTI

0 comments on “De Zerbi: “Sono malato di tattica e delle qualità dei giocatori”Add yours →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *