De Zerbi: “Vado d’accordo con quelli un po’ pazzi. A 34 anni ero a Foggia, lì non si scherza”

L’allenatore del Sassuolo ospite alla Bobo tv ha parlato a tutto tondo del suo percorso da allenatore. Ne ha approfittato della sosta nazionali per staccare la spina e fare due chiacchiere con gli amici di Vieri. Da Guardiola a Bielsa, fino al suo futuro. “Allenare una big? Se non ci sono le condizioni io dico di no. L’allenatore deve avere il coraggio di rifiutare”

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Roberto De Zerbi non è stimato solamente in Italia per il suo calcio propositivo, ha molti estimatori anche all’estero. Tanto da tenere una lezione online lo scorso maggio allo staff delle giovanili del Barcellona. Per tre ore, in cattedra il professor De Zerbi ha parlato della sua visione del gioco all’Academy dei blaugrana. Incalzato continuamente da Cassano e Adani, si è raccontato senza filtri su Twitch.

“I giocatori bravi sono dappertutto. In base ai calciatori che hai prendi un indirizzo preciso. Otto anni fa sono andato da Guardiola. La grandezza di Pep sta nel aver portato il suo credo anche a giocatori con caratteristiche diverse. Gli chiesi: ‘Perché al Bayern facevi fare più cross?’ Lui mi ha detto che per cultura erano abituati così, poi con gente come Muller e Lewandowski bisognava assecondare certe caratteristiche. Ecco l’indirizzo spesso te lo danno i giocatori”.

Cassano ha subito provato a rompere il ghiaccio chiedendogli se si sentisse pronto per una esperienza in una big, non solo italiana, anche all’estero. “Se ci sono le condizioni e giocatori di un certo tipo sì. Devo avere l’autonomia completa che voglio. Io a 34 anni allenavo il Foggia e in C non puoi passeggiare. Hai più pressione in Foggia in C che a Sassuolo in A. Lì non si scherza mica. Poi devi fare la conta del materiale che hai a disposizione. L’allenatore deve aver la forza di dire di no quando non ci sono le condizioni, perché i giocatori sono importanti e sono loro che determinano in campo. L’allenatore ti può aiutare dalla panchina ma i ragazzi la decidono”.

Il lavoro con gli attaccanti visto dall’occhio di un ex trequartista che faceva dell’estro e della fantasia le sue qualità migliori. “Alleno da 8 anni e l’esperienza ti permette di vedere prima quello che succede poi. Io ero molto più vulcanico in passato, adesso non conto fino a 10, ma fino a 6-7 sì. Prima era troppo diretto. I miei attaccanti li lascio liberi, la giocata la scelgono loro rispettando una regola: i compagni. Se uno è meglio piazzato, deve essere favorito. Le partite le risolvono gli attaccanti e devono essere nelle condizioni di esprimersi. Però bisogna avere anche un ordine che può aiutare i giocatori di qualità”.

Il rapporto umano con i giocatori, la comunicazione, i consigli e i correttivi imposti ai suoi uomini, pur di litigare.

“Ho un rapporto forte con i giocatori. Le mezze bugie mi davano fastidio da giocatore e cerco di fare ciò che mi aspettavo io dall’allenatore. Il calcio è un modo di esprimere il mio carattere, l’orgoglio di dare soddisfazione alla famiglia ed essere ambizioso. Io vado d’accordo con quelli un po’ pazzi. Rivedo in loro quello che ero io. Faccio fatica quando dall’altra parte non si dà lo stesso valore al calcio. Noi siamo fortunati e dobbiamo difendere questa fortuna che abbiamo avuto”.

Locatelli e Boga, il processo di maturazione di due giocatori che procede spedito da quando ha iniziato ad allenarli. Ha spiegato in cosa dovranno ancora migliorare per imporsi definitivamente tra i grandi. “Mi sono scontrato tanto, in maniera pesante soprattutto con Manuel. Madre natura li ha dotati di qualità superiore. Ho cercato di dare ordine: Boga non sapeva attaccare la profondità, sono migliorati nella testa. Locatelli è calciatore vero, ha un briciolo di presunzione, lui si vede titolare nell’Italia all’Europeo, ed è un pregio. Deve togliere un briciolo di superficialità. Boga ha doti tecniche fisiche e pazzesche, ma è timido e riservato e non si impone. Adesso ho avuto uno scontro anche con lui, adesso vediamo come reagirà. Voglio aiutare la loro crescita.”

L’incontro con Bielsa, El Loco si è dimostrato disponibile sin dal primo momento. “Ho vissuto una settimana da lui. Mi faccio dare il numero da una persona che viveva in Argentina, gli mando un messaggio. Il giorno dopo mi arriva una chiamata, mi ha invitato insieme allo staff. Pensa te, Bielsa che mi chiama. Ha una passione per il calcio contagiosa. Abbiamo fatto due incontri: nel primo abbiamo parlato della sua vita e la sua storia e l’altra parlando di calcio. Un personaggio incredibile, se mi chiedessero con chi andare a cena sceglierei lui”.

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