I ricordi di Mancini: “Boskov sergente per due giorni. Vialli? Mi chiamò per cognome, non ci parlammo…”

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I ricordi di quella fantastica Sampdoria attraverso le parole del numero 10 per eccellenza, ovvero Roberto Mancini.

Quando pensiamo a Roberto Mancini non possiamo non essere contenti per l’immenso lavoro che sta facendo con la Nazionale italiana. Dopo il nefasto ciclo di Ventura, con la clamorosa eliminazione dalla corsa ai Mondiali del 2018, la Nazionale ha ripreso a marciare a gran ritmo grazie al nuovo commissario tecnico. E gli Europei di quest’estate potrebbero riservare scenari importanti per gli azzurri. Dopo le vittorie sulle panchine di Inter e Lazio, Mancini vorrebbe regalarsi un bel trofeo con la Nazionale azzurra e magari tornare ad essere allenatore di una squadra di club. Ma Roberto Mancini sarà sempre ricordato anche come un meraviglioso giocatore che con la maglia della Sampdoria ha fatto grandi cose. Quel numero 10 blucerchiato è stato protagonista del ciclo più bello dei blucerchiati, quello dell’era Paolo Mantovani. Il presidente storico della Sampdoria, che Mancini ricorda con molto affetto a calciomercato.com.

Senza il presidente non ci sarebbero state la grande Sampdoria, lo scudetto e tutte le altre vittorie. Per quasi un decennio siamo stati al vertice del calcio italiano ed europeo, abbiamo disputato tre finali europee, vincendo la coppa delle Coppe a Goteborg e purtroppo perdendo due volte contro il Barcellona: nell’89 la Coppa delle Coppe e nel ’92 la Coppa dei Campioni. Paolo Mantovani creò una vera famiglia, in cui tutti si rispettavano, stavano al proprio posto e davano il massimo per la maglia”.

Era la Sampdoria di Vujadin Boskov allenatore, arrivato alla corte blucerchiata dopo l’esperienza a Madrid sulla panchina del Real. Un uomo che col tempo è rimasto nei cuori di tutti i tifosi italiani per il suo carisma e quelle battute indimenticabili. Eppure Mancini ricorda che all’inizio aveva temuto di aver di fronte un sergente di ferro, come rivelato al Corriere dello Sport.

Mi ricordo il primo giorno che lui arrivò alla Sampdoria. Era stato allenatore del Real Madrid, mica poco. Il primo giorno in ritiro disse: ‘Allora noi rappresentiamo Sampdoria. Il Sampdoria è una grande squadra e noi da domani tutti i giorni con la barba fatta, la cravatta e senza occhiali’. Noi, che eravamo giovani, ci guardammo allibiti temendo un sergente di ferro. Invece durò due giorni. Scoprimmo subito che era una persona perbene, un grandissimo allenatore che poi ci fece vincere il campionato. Con lo stupore di tutti. Ricordo un giorno in particolare che mi disse ‘allora tu Roberto vai in attacco’ e io gli dissi: ‘No mister in attacco non gioco’. ‘Come non giochi?’ ‘No, no io non gioco in attacco, devo giocare un po’ più indietro’ ‘Ok ,allora tu punta libera”.

E pensare che Mancini era in procinto di andare via quando nella Sampdoria c’era Bersellini come allenatore. L’attuale c.t. della Nazionale italiana parlò addirittura con il presidente Mantovani che ovviamente decise di licenziare il tecnico. Il legame con Mancini era importante. Così come quello tra il numero 10 e il numero 9, ovvero l’amico fraterno Gianluca Vialli. Tanti anni insieme, tanti ritiri, qualche litigio per motivi futili. Uno è raccontato da Mancini.

Con Luca e gli altri di quella mitica Samp eravamo una squadra giovane, sette otto giocatori della stessa età, siamo cresciuti insieme. La nostra gioventù l’abbiamo passata insieme. Io e Luca eravamo i due giocatori simbolo per la gente, perché eravamo gli attaccanti, i giocatori che facevano goal. Un giorno durante l’allenamento Vialli mi chiamò per cognome, solitamente mi chiamava Mancio e Roberto. Io sbottai, non ci parlammo per due settimane“.

Una coppia che ha poi portato alla vittoria dello Scudetto, alla Coppa delle Coppe e, purtroppo, anche alla finale di Coppa Campioni persa contro il Barcellona nel 1992. Una partita che Mancini e compagni rigiocherebbero volentieri visto che la Sampdoria avrebbe meritato maggiormente. Ma il calcio è fatto anche di situazioni simili, di grandi vittorie ma di cocenti delusioni. E Mancini, che in carriera ha poi vinto un altro Scudetto a Roma con la Lazio da giocatore e diversi Scudetti a Milano, sponda Inter, da allenatore, lo sa. Ora il tecnico di Jesi è proiettato agli Europei che si giocheranno in estate, non sarà facile giocare in un clima sicuramente anomalo vista la pandemia ma gli azzurri hanno dimostrato gioco e soprattutto carattere. E quell’estro che non deve mancare mai.

Proprio come il loro tecnico.

C.R.

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