Guardiola: “Il mio Barcellona giocava le finali come le amichevoli. Erano animali competitivi. Messi era…”

A tutto Guardiola, l’allenatore del Manchester City si è raccontato nel salotto della Bobo Tv. Messi, Busquets, il Barcellona dei record e il rapporto speciale con Carletto Mazzone

Trentuno trofei in poco più di un decennio e una finale di Champions da giocare sabato 29 maggio contro il Chelsea, la terza della sua carriera dopo quelle vinte sulla panchina del Barcellona. Ospite d’eccezione della Bobo Tv, l’allenatore del Manchester City Pep Guardiola ha raccontato una parte della sua vita agli amici di Vieri. Una puntata super che ha fatto registrare il picco di ascolti da quando il format è sbarcato su Twitch, grazie soprattutto alla portata dell’ospite, riconosciuto ormai come uno dei migliori tecnici della storia.

Subito con un tema caldissimo: Leo Messi e la sua forza mentale. “Messi è il più forte di tutti. Al di là delle qualità tecniche, è la sua testa che fa la differenza. In partitella con me nei quattro anni al Barcellona non ha mai perso una partitella. Fa parte di quei quattro/cinque più forte della storia. Può giocare ovunque. L’idea di Leo punta nasce da quello che ho visto in passato. Ricordo quando giocavo con Cruyff era Laudrup che veniva incontro per lasciare i centrali senza marcatura. L’ho imparato da Cruyff e Laudrup. E poi lì Leo prendeva più palloni e si spostava ovunque. Così contro il Real Madrid ho pensato: ‘E’ il giorno giusto per provarlo’.

Incalzato dagli ospiti ha parlato delle qualità di Sergio Busquets e del suo Barcellona dei record. “Busquets è super intelligente, capisce tutto. Per sopravvivere dieci anni al Barcellona devi essere molto forte, altrimenti ti rubano il posto. Lui pensa per gli altri, non gioca mai per se stesso e il centrocampista deve essere così. Quel Barcellona era fatto da animali competitivi. Volevano essere uno più forte dell’altro. Con tanti giovani che venivano dall’academy e grandissimi giocatori. Giocavano le finali come un’amichevole. La consapevolezza era: ‘Tanto ce la facciamo’. Avevano accettato che c’era uno era più forte di tutti, avevano accettato e riconosciuto Messi come il migliore di tutti”.

L’importanza e l’influenza di Cruyff nella sua vita da giocatore prima e da allenatore dopo. “Tutto parte da Cruyff. Ci diceva sempre: ‘Il problema non è la difesa, abbiamo giocato male con il pallone’. Ribaltava la prospettiva delle cose. Noi abbiamo vinto le Champions con otto giocatori che venivano dall’accademia. Ma erano idee di Cruyff, è lui che ha iniziato ad abituare il movimento Barça a una certa cultura. E’ lui che ci ha illuminati su tante cose .Cruyff diceva che i giocatori più importanti devono stare dietro. Perché se si costruisce male da dietro, i palloni arrivano male avanti agli attaccanti. E’ un vero processo. Ecco l’idea Mascherano, le sue qualità e la sua mentalità mi ha fatto capire che poteva leggere bene anche da difensore. Un ragazzo che pensa per gli altri e per la squadra. Sapeva quando alzarsi a pressare, quando andare sull’uomo. E certe cose le vedi in allenamento”.

Brescia e quel rapporto speciale con Carletto Mazzone. “Mazzone è stato un papà per me. Vado a Brescia e a cena mi dice: ‘Pep, devo essere onesto, io non ti volevo. Ho acquistato Giunti, ho dato fiducia a lui. Ma tu sei molto forte e alla fine con me giocherai’. Mazzone è stato importante per me, mi è stato vicino anche per la vicenda doping”.

Il ruolo dell’allenatore e la difficoltà di gestire un gruppo di campioni. “Il nostro mestiere è molto duro perché ogni tre giorni lasciamo fuori dieci giocatori. Non vi consiglio di fare l’allenatore. E’ una lotta. Non serve vincere un titolo se il rapporto con loro non è buono e non ti parli. Sotto la maglia c’è l’uomo. Lo sappiamo che chi non scegli per giocare non ti vuole bene in quel momento”.

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