Gasperini-Gomez: l’Atalanta prima di tutto

La situazione tra pragmatismo e scelte romantiche!

La deflagrazione è di quelle devastanti, inattesa nella tempistica, sebbene le avvisaglie negli ultimi giorni fossero sempre più preoccupanti. Una crepa diventata sempre più profonda, una spaccatura ormai insanabile: in mezzo ad un turbinio di voci che circoscrive l’origine del disastro all’intervallo dell’importante sfida Champions contro il Midtylland, il dado ormai è tratto. Il Papu Gomez comunica a mezzo social il prossimo addio alla Dea, preannunciando che a tempo debito racconterà tutta la verità su una situazione che, a conti fatti, potrebbe avere conseguenze deleterie per tutte le parti in causa. Un colpo al cuore per i tifosi bergamaschi, innamorati del loro capitano; un colpo al cuore per lo stesso calciatore che ha legato alla maglia nerazzurra la parte probabilmente più esaltante della sua carriera; un colpo al cuore per la proprietà, sicuramente non insensibile al carisma del suo uomo immagine. Quando non si conosce pienamente la verità, è sempre difficile esprimere opinioni, correndo il rischio di lasciarsi prendere dalla simpatia verso l’una o l’altra parte ma, ci sforziamo di fare alcune valutazioni per fare il punto della situazione, facendo emergere i punti chiave della vicenda.

L’Atalanta prima di tutto!

Mister Gasperini non ha mai nascosto, ribadendolo nelle recenti conferenze stampa, il concetto fondamentale alla base di ogni sua scelta: il bene da anteporre a qualsiasi egoismo o smania di protagonismo è quello della squadra, l’Atalanta prima di tutto. Anche a costo di scelte sofferte, l’idea di gioco armoniosa da sviluppare e proporre necessita di uomini in piena forma. Anche se questo implica dover sacrificare il proprio capitano, o rinunciare nei vari turnover ai pilastri Gosens e Hateboer, alle punte Zapata o Muriel. L’importanza del giocatore è strettamente legata alla sua funzionalità all’interno dello spartito e alla sua capacità di interpretare al meglio i movimenti richiesti. I pregi del condottiero sono palesi, se vediamo la Dea stabilmente nelle zone alte di classifica in Serie A, o dare spettacolo sui campi più importanti e prestigiosi d’Europa, gran parte del merito è tutta del Gasp che ha saputo plasmare una macchina perfetta. Per fare ciò ovviamente ha bisogno della disponibilità piena dei suoi calciatori a seguirlo ciecamente: giovani, affamati, in cerca di rilancio, questi sono i tratti preferiti dal Mister per i suoi calciatori. Inevitabilmente, aver portato l’Atalanta ad un livello superiore rispetto al rango di squadra di media classifica, ha dato consapevolezza nei propri mezzi agli stessi giocatori che, inconsciamente potrebbero in alcune circostanze avere atteggiamenti da primadonna che poco si conciliano con le vedute del Gasp. Di certo, il pugno di ferro utilizzato dal tecnico ha messo in chiaro immediatamente dove risieda il potere all’interno dello spogliatoio: un allenatore non può permettersi di perdere il controllo della squadra, altrimenti ogni giocatore si sentirebbe autorizzato a giocare per se e a contestare qualsiasi decisione sgradita del mister.

La diplomazia della società

Fin dalle prime battute i dirigenti orobici hanno mantenuto una linea diplomatica e abbastanza silenziosa, con l’obiettivo di non gettare benzina sul fuoco e, anzi, cercare di lavare i panni sporchi in famiglia; inevitabile, però, per la società di Percassi, non riconoscere i meriti del proprio allenatore: al cospetto di quello che a tutti gli effetti appare come un atto di insubordinazione del giocatore più rappresentativo, la società prende le parti del suo allenatore senza alcun clamore mediatico. Risultato? Lo spogliatoio non viene destabilizzato, l’Atalanta si regala il Real Madrid agli ottavi di Champions, una vittoria decisa in campionato contro la Fiorentina e una bella serata di calcio spettacolo contro la Juventus. Non male.

La solidità dello spogliatoio

Leggendo le interviste rilasciate dai membri del gruppo squadra, emerge lampante la voglia di anteporre il bene della squadra: mai una parola fuori posto (qualcuno probabilmente li taccerebbe di essere dei “soldatini”…), mai una risposta scomoda. Ogni calciatore ha compreso la gravità della situazione: per quanto possano essere legati al proprio capitano, nessun calciatore rema contro, anzi, dimostra la massima maturità sia professionale che tecnico-tattica, sopperendo in maniera egregia all’assenza del Papu. Una compattezza disarmante, nessuno scricchiolio, come invece qualcuno avrebbe potuto pensare.

L’importanza del Papu

Il giocatore simbolo della Dea alla porta. Avrebbe chiesto la cessione per gennaio, senza attendere giugno; avrebbe chiesto scusa pubblicamente alla squadra; ha lanciato qualche frecciatina a mezzo social; lo abbiamo visto canticchiare il ritornello dell’inno della Juve prima della partita con il sorriso sulle labbra, scatenando una ridda di voci inevitabili in chiave mercato. Il giocatore, per le sue qualità tecniche e per le sue capacità comunicative ormai è da considerare tra i top player del nostro campionato. Leader indiscutibile, farebbe le fortune di ogni squadra che riuscisse a prenderlo, ma anche della stessa Atalanta, qualora la frattura venisse ricomposta e lo scenario di pace, all’inizio impensabile, dovesse invece incredibilmente concretizzarsi. Uno scatto di orgoglio, un momento di egoismo, poi le inevitabili conseguenze. Essere il capitano ha sicuramente amplificato la gravità del suo gesto, perché da uomo guida dello spogliatoio ha messo in dubbio la leadership dell’allenatore. La stessa guida che la squadra riconosce in campo, appena il Papu mette piede sul terreno di gioco.

Nell’idea romantica del calcio che piace a noi, sapete già per quale finale noi facciamo il tifo, perché per noi, veder esultare nuovamente il Papu e il Gasp insieme, abbracciati, non ha prezzo.

Rosario Malorgio

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