Esclusiva Calcio Totale/Zauri: “Vi racconto quando ho salvato la vita a una bimba”

La nostra intervista esclusiva all’ex capitano della Lazio che si è raccontato a cuore aperto ai microfoni di Calcio Totale. La sua storia, gli aneddoti di una carriera e quella volta che ha salvato la vita a una bimba precipitata nel pozzo. “Ho ancora la pelle d’oca ripensando a quei momenti”

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E’ stata una chiacchierata di quasi un’ora che ci ha emotivamente coinvolti, al di là del giocatore e di quello che ha fatto egregiamente in campo. Ci ha colpito l’uomo, l’essere vero, senza filtri e il suo coraggio di saper fare delle scelte anche in momenti critici e delicati. Il 20 gennaio 2013 (giorno del suo compleanno), la vita di Zauri si incrocia con quella di una bimba che era precipitata in un pozzo mentre giocava con le amiche. L’istinto ha aiutato l’allora calciatore della Lazio a calarsi nella voragine per tirare su la bambina. Una storia finita bene grazie all’intraprendenza e alla freddezza di Luciano che, senza pensarci due volte, ha agito intuendo la gravità del momento. Abbiamo parlato anche di calcio, ma l’episodio della bimba ci ha regalato attimi di commozione durante la sua minuziosa ricostruzione.

Luciano, partiamo da un tuo compleanno speciale: il 20 gennaio 2013, hai salvato la vita a una bimba. Raccontaci quei momenti concitati. Possiamo definirlo il tuo gol più bello?

“Sì, sicuramente. Ero al ristorante, a pranzo con la mia famiglia e i miei genitori. Erano le 15.00 e notai qualcosa di strano, la gente andava su e giù verso il bagno. Spinto dalla curiosità mi dirigo verso il WC delle donne. Si era aperta una voragine sotto uno specchio e una bambina mentre giocava a nascondino era finita giù. La bimba era sprofondata a picco in un pozzo di sei metri, coperto da una superfice di cartone. Sotto c’era l’acqua, mi sono affacciato, non vedevo nulla nel pozzo perché era tutto buio ma si sentiva la bimba che urlava cose terribili.
Sono riuscito a calarmi giù, non so neanche io come ho fatto perché l’istinto ti porta a fare cose strane. C’erano degli spazi lungo la parete del pozzo dove sono riuscito a mettere i piedi. Ho preso la bimba sulle mie spalle e l’ho spinta fuori per passarla al papà che l’ha abbracciata forte.
Subito dopo è diventata una cosa mediatica, era la nipote di Zibì Boniek e la sera stessa mi ha mandato un messaggio. C’era un numero che mi chiamava ininterrottamente, pensavo fosse uno scherzo, in realtà era proprio Boniek che mi ha scritto: ‘Ti sarò grato per tutta la vita’.
Oggi ho la pelle d’oca ripensando a quei momenti”.

Gli inizi: papà elettricista, mamma casalinga. Eppure quando arriva la chiamata dell’Atalanta, fanno le valigie e decidono di seguirti.

“Ero piccolino e mio papà mi portava a vedere il Pescara. A 12 anni lascio Pescina (L’Aquila ndr), per inseguire il sogno all’Atalanta. I miei genitori decisero di seguirmi a Bergamo per sostenermi nel quotidiano. Una scelta forte, che poi alla fine ha pagato. Io ero legato alla mia città, ho fatto vari step piano piano fino ad arrivare al grande calcio”.

Due parentesi alla Lazio: una in punta di piedi, l’altra con la fascia di capitano al braccio.

“Era la Lazio di Roberto Mancini. Mi sono trovato a giocare i preliminari di Champions con il Benfica. Incontravo dei mostri sacri che facevo fatica a salutare all’inizio. Come Sinisa Mihajlovic, un personaggio che solo a guardarlo bisognava stare lontani quando non era giornata. Ma anche Stam, un ragazzo che non ho mai sentito parlare, forse. In campo era veramente ovunque. Difficilmente l’ho visto sorridere, ma aveva un carisma che riusciva a trascinarti con l’esempio. Idem Couto, insomma era uno spogliatoio dove c’era grande rispetto e disciplina”.

I ricordi più belli legati all’esperienza in biancoceleste.

“E’ stata un’escalation di emozioni, fino alla fascia di capitano. La vittoria della coppa Italia e la qualificazione in Champions sono i ricordi più belli. E poi i derby, in quegli anni la Roma era più forte, ma abbiamo vinto con Di Canio e Behrami, due partite che porterò sempre con me”.

A proposito di derby, ne hai giocati diversi in tre città differenti. Tutti molto folcloristici, ma si dice spesso che Roma resta un mondo a parte. Perché?

“Ho giocato il derby Atalanta-Brescia, quello di Genova, ma a Roma è tutto amplificato. Prima e dopo la partita le radio ne parlano. Quando lo perdi c’è un’adrenalina che non ti fa vivere sereno, se lo vinci è esattamente l’opposto. Sensazioni uniche e irripetibili come la vittoria per 3 a 1 con il gol di Paolo Di Canio o quello che decise Valon Behrami alla fine”.

La Sampdoria è un’altra parentesi felice della tua carriera. Nel 2009-2010, la vittoria all’Olimpico contro la Roma costò lo scudetto alla squadra di Ranieri.

“Il quarto posto con la Samp è stata un’altra grande esperienza. Fu una vittoria storica, noi giocavamo per i nostri obiettivi: andare in Champions. In quella squadra Antonio Cassano spostava gli equilibri e insieme a Pazzini formavano un tandem incredibile. Grazie alle loro giocate abbiamo vinto tante partite”.

Firenze e la Fiorentina. Ritrovavi un vecchio amico, in una squadra ben allestita per lottare nei piani alti della classifica.

“Sì, ritrovavo Prandelli dopo i tre anni all’Atalanta. Firenze mi ha accolto alla grande nonostante il famoso fallo di mano. Ho conosciuto tanta gente che ancora sento spesso. Avevamo una squadra molto forte, era un gruppo coeso. Quando hai giocatori come Jovetic, Mutu, Gilardino, Vargas, Montolivo, Frey, capisci che puoi pensare in grande. Conservo bei ricordi del gruppo e della città”.

Il compagno più forte, il più talentuoso e il professionista esemplare.

“Ne ho incontrati diversi, se proprio devo scegliere in ordine, ti dico: Antonio Cassano, Domenico Morfeo e Miro Klose”.

Mario Lorenzo Passiatore

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