Davor Suker, l’attaccante che ha stregato una generazione

Nel giorno del suo compleanno abbiamo celebrato uno dei bomber più forti degli anni ’90, il miglior marcatore di sempre della nazionale croata. Suker aveva il veleno nel mancino e il sangue slavo/croato

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Un anno così non lo vogliamo più

C’era una volta un attaccante con la maglia a scacchi che per un tempo spaventò i futuri campioni del Mondo della Francia. Saint Denis, 1998: semifinale. Ci provò Davor Suker a spingere la Croazia a un passo dal sogno, poi una doppietta di Lilian Thuram mandò i transalpini in finale. Thuram e Suker: due uomini baciati dal destino, nati lo stesso giorno (entrambi l’1 gennaio), tutti e due decisivi per la loro squadra. Croazia fuori ma comunque terza, battendo l’Olanda nella finalina. In gol ancora una volta il signore con la maglia numero 9.

Sempre lui, sempre Suker. Con sei reti all’attivo si laureò come miglior marcatore del torneo. Capocannoniere del Mondiale. Così fa più effetto. Quella Croazia era un fiume di talento, da Zvone Boban ai due Robert: Jarni e Prosinecki, fino a Mario Stanic (uno che in Italia è passato da Parma). Suker è l’uomo che ha segnato un decennio, è l’attaccante più forte della storia della Croazia. Lo dicono i numeri: 45 gol in 69 partite, sapeva quando e come farti male. Nessuno come lui con la maglia della sua nazionale, con una media di 0,61 gol ogni 90 minuti. Tradotto, più di mezzo gol a partita. Lo confermano le testimonianze di chi ha condiviso ogni singolo metro quadro in area di rigore.

Il Siviglia, l’incontro con Maradona e le porte del Real Madrid

Un passo indietro, anzi più di uno. Davor entra a gamba tesa in Europa quando approda nella Liga nell’estate del ‘91. Dopo aver segnato tanto nella Dinamo Zagabria. Arriva il Siviglia che fiuta l’affare e se lo porta a casa prima di tutti. Nella sua seconda stagione in Andalusia si ritrova in squadra un certo Diego Armando Maradona, reduce dall’esperienza al Napoli. E’ un piacere condividere ogni singolo momento con il più forte di tutti. Il rapporto va che è una bellezza, le premesse sono queste: “Tu vai, tieni la testa bassa e corri verso il portiere. Ti darò la palla lì”. Poche parole per mettere subito Suker a suo agio.

“Quando ero bambino guardavo Diego in tv. Poi improvvisamente mi sono ritrovato a condividere la colazione, l’armadietto, la formazione e la stanza con lui. E’ stato incredibile, è una cosa che mi porterò per sempre”. Siviglia non ha rappresentato solo l’esperienza con Maradona, è la città che lo porterà piano piano a vestire la maglia del Real Madrid. Conquistata a suon di gol: 76 in cinque stagioni. Con la Camiseta Blanca ne fa 24 in un anno. In panchina c’è un signore che parla italiano e ha già un curriculum da paura. Proprio lui, Fabio Capello che saprà cosa farne del nuovo nove del Bernabeu. Scudetto e Supercoppa al primo squillo.

L’anno seguente Suker vincerà la Champions League, in panchina al posto di Capello c’è un altro santone del calcio europeo: il tedesco Jupp Heynckes. In finale, a farne le spese, è la Juve di Lippi. La firma è di Mijatovic, Davor subentrerà nei minuti finali proprio al posto dell’autore del gol. Champions al cielo, a distanza di pochi mesi anche l’Intercontinentale contro il Vasco Da Gama. Dopo il Madrid le cose non vanno benissimo, ma intanto è passato un decennio segnato dai suoi gol.

C’è una generazione negli anni ’90 che è cresciuta con il mito del nove. Il bomber d’area di rigore, quello che, mal che vada, butta giù la porta. Suker aveva il sangue slavo/croato e il veleno nel mancino. Ha indossato prima la maglia della nazionale jugoslava, in seguito alla disgregazione territoriale, ha vestito quella croata. Purtroppo per lui, l’8 luglio 1998 non bastò il suo gol per battere la Francia. Ci pensò Thuram (nato anche lui l’1 gennaio) a portare la sua squadra in finale. Il compleanno non lo festeggeranno mai insieme, ma quella notte segnarono solo i giocatori nati il primo dell’anno.

Mario Lorenzo Passiatore    

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