Birindelli day/ “La Juve di Lippi e Capello, la notte al Camp Nou e quell’aneddoto sull’avvocato” [Esclusiva]

Nel giorno del suo compleanno abbiamo rivissuto insieme a Birindelli le tappe salienti della sua carriera. Le vittorie, le emozioni in Champions, la serie B e il rapporto con lo spogliatoio. “Quella squadra aveva 7-8 leader in campo. Alcuni sono diventati grandi allenatori, altri grandi dirigenti”. L’intervista esclusiva per Calcio Totale

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Undici anni di Juve tutti d’un fiato, agli ordini di Lippi, Ancelotti, Capello e Deschamps. Non esiste il caso nella carriera di Alessandro Birindelli, che dopo anni di gavetta si è presentato alla Juve con quasi 50 presenze alla prima stagione in bianconero. Niente male per il ragazzo di Pisa che veniva da Empoli su consiglio di Luciano Spalletti. Tra una chiacchierata e l’altra con Lippi c’è finito dentro anche il suo nome e di lì a poco è approdato a Torino. Birindelli ha vissuto due cicli vincenti, con la serenità di un veterano e l’entusiasmo di un giovanissimo.

Ci sono episodi, frame che più di tutti hanno segnato parte della sua vita e quella dei tifosi bianconeri. Come Barcellona 2003, lì dove il tempo si è fermato per davvero. Con il gol di Zalayeta al Camp Nou al minuto 114, su assist proprio di Alessandro. Una rete che spalancò le porte delle semifinali alla squadra guidata da Lippi. Le esperienze vissute al fianco di Montero, Davids, Zidane, Del Piero: gente di temperamento che guidava lo spogliatoio con l’esempio. Poi la serie B post calciopoli segnata dal calore della gente e dal senso di responsabilità di ritornare in A.

Come ci arriva alla Juve Alessandro Birindelli? Le tappe che hanno segnato una carriera.

“Con tanta gavetta, dopo tre anni di serie C abbiamo vinto il campionato con l’Empoli. Siamo andati in B e abbiamo fatto il doppio salto nella massima serie. Poi sono passato alla Juve. Ho avuto la fortuna di avere come allenatore Luciano Spalletti nel biennio che abbiamo vinto i campionati ad Empoli. E’ stata una persona  fondamentale per la mia crescita. Spalletti e Lippi si sentivano, nelle loro telefonate sicuramente avranno parlato anche di me”.

Com’è cambiato il calcio da quando giocava Birindelli?

“Il calcio si evoluto rispetto ai miei tempi. Sono cambiati metodi di allenamento, ritmi di gioco e tanto altro. E’ anche vero che in quel periodo i giocatori più forti sceglievano l’Italia e avevi l’opportunità di misurarti settimanalmente con i migliori. E’ chiaro che poi quando andavi in Europa avevi maggiore consapevolezza, perché tante squadre forti le avevi in serie A e arrivavi preparato alle grandi notti europee”.

Hai vissuto la Juve di Lippi e di Capello. Due grandi squadre che rispecchiavano le caratteristiche dei loro allenatori. Quali erano le differenze?

“La Juve di Lippi era un mix di grandi giocatori, grandi corridori, gente di temperamento e giovani di alto livello. La Juve di Capello era top in tutto, aveva 16-17 giocatori titolari in nazionale e non era affatto semplice affrontare quella squadra. Basti pensare che nel 2006, nella finale Italia-Francia c’erano 7 giocatori della Juve. Questo ti fa capire la dimensione di quello spogliatoio. Purtroppo non siamo stati bravi abbastanza, abbiamo fatto troppo poco in Europa. Per la rosa che avevamo, quel gruppo avrebbe dovuto fare di più in Champions”.

Barcellona 2003. L’assist a Zalayeta al Camp Nou è nel cuore dei tifosi bianconeri. Ci racconti le emozioni di quella notte?

“Conservo dei flash di quella serata. Abbiamo passato svariati minuti chiusi nella nostra area e facevamo fatica uscire. Loro ci tenevano lì, nella tana. In quei frangenti vien fuori la forza della grande squadra che resiste e alla prima occasione ti fa male. Per cui è importante il momento nel quale è avvenuto il gol, perché eravamo in netta difficoltà. Dal secondo tempo siamo rimasti in dieci per l’espulsione di Davids. Tutto il resto della partita più i tempi supplementari in inferiorità numerica, a Barcellona. In quella azione c’è stata tutta la determinazione della squadra che non ci stava a perdere. E nell’unico momento in cui abbiamo messo la testa oltre la metà campo, abbiamo fatto gol con Zalayeta. La fortuna capita una volta, ma se vinci spesso così vuol dire che sai soffrire e sei forte nella testa. E quella squadra lo era”.

Tre finali consecutive sul finire degli anni ‘90: Ajax, Borussia Dortmund e Real Madrid. Cosa è mancato a quella squadra per completare l’opera? Poi c’è anche Manchester 2003 contro il Milan.

“Negli ultimi quindici anni ricordo poche finali belle. Sono partite secche, dove l’episodio sposta di tanto gli equilibri. Ad Amsterdam contro il Real abbiamo preso traversa noi e poi abbiamo subito gol su un fuorigioco dubbio. Con il Milan, altra partita equilibrata: il palo loro, la traversa nostra e alla fine siamo andati ai rigori. Nelle finali o hai una supremazia netta, ma è difficile, oppure ogni dettaglio può determinare il risultato”.

Conte, Deschamps, Davids, Zidane, Del Piero. Personalità uniche, oggi facciamo fatica a trovare gente con quel carisma, con quella leadership innata. Sapevano trasmettere nei momenti chiave di una partita la giusta serenità alla squadra. Con uno sguardo, con un cenno, con una giocata.

“Mi sono trovato a casa dal primo giorno grazie a gente così. In  quella squadra conto 7-8 leader nello stesso spogliatoio. Peruzzi, Ferrara, Montero, Deschamps, Conte, Zidane, Di Livio, Del Piero. Alcuni sono diventati grandi allenatori o grandi dirigenti. Vuol dire che avevano qualcosa in più, al di là delle qualità tecniche, quelle le vedono tutti. E’ tutto il resto che fa la differenza e che gli altri non sanno. Far capire ai nuovi cosa serve per stare alla Juventus, come ci si comporta in allenamento dando l’esempio e come bisogna stare fuori dal campo. Se sei giovane e sei sveglio assorbi come una spugna solo guardando quello che fanno loro quotidianamente. La loro determinazione e il modo in cui si pongono per raggiungere un obiettivo. L’esempio diventa routine e l’abitudine e comincia a far parte di te”.

Paolo Montero è un personaggio controverso. Ha spesso diviso la critica per il suo modo di giocare e per come si comportava in campo.

“Paolo è una di quelle persone vere che vanno oltre il calcio. Anche se non lo vedi da anni e poi lo incontri, ti sembra di averlo sempre vissuto. Ha grande bontà d’animo e conosce il valore dell’amicizia, talvolta in campo gli sfuggiva di mano la situazione. Al di là della cattiveria agonistica, Paolo sapeva giocare a pallone. Era un dominatore, sapeva uscire palla al piede come pochi. In campo non guardava in faccia nessuno, anche i compagni. Le prime volte mi insultava quando ero a due metri dall’avversario. Poi ho provato a parlarci nello spogliatoio e ho capito che quello era il suo modo di comunicare in campo. All’inizio ci rimanevo male, poi ho conosciuto la grandezza della persona e l’importanza del giocatore”.

Hai vissuto la serie B con la maglia della Juve. Da luglio a settembre 2006 si è consumata una rivoluzione. Che ricordi hai?

“Sembrava di giocare tutte le domeniche in casa, c’era un calore incredibile soprattutto per chi aveva deciso di rimanere. Sentivi la responsabilità di riportare la squadra in Serie A. E non era così scontato, perché le partite dovevi giocarle, ti dovevi calare nella parte e adattarti a un campionato diverso. Quando gli stimoli venivano meno, accadeva per mille ragioni, trovavi le motivazioni nell’affetto della gente. Di chi era venuto allo stadio per sostenerti”.

Durante la tua permanenza alla Juve hai avuto il piacere di conoscere l’avvocato Agnelli. C’è un ricordo a cui sei particolarmente legato?

“Una persona di grande fascino. Quando veniva al campo percepivi quel senso di vergogna. Lo vedevi come qualcosa sopra le righe per la sua cultura, il suo carisma e il modo di porsi. Una volta, prima di una partita di Champions, eravamo nella hall dell’albergo io, Van Der Sar e Blanchard. C’era Alessio Secco che in quel periodo era il team Manager, ci chiese di attendere perché stava arrivando l’avvocato e voleva salutarci e fare due chiacchiere. Aveva una semplicità unica nel relazionarsi. Si complimentò con me per come stessi giocando. Poi si girò verso Van Der Sar e cominciò a parlare in olandese con lui. Finito con Edwin, scambiò due chiacchiere con Blanchard in francese. A Edwin chiese se avesse superato il problema alla vista. Conosceva tutto, le domande dell’avvocato non erano mai banali e sapeva sempre metterti a tuo agio”.

Mario Lorenzo Passiatore

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