Aleinikov: “Van Basten il più forte! La Juventus? Il sogno di una vita!” ESCLUSIVA

Calcio Totale ha intervistato in esclusiva un protagonista dell’ormai lontano calcio sovietico, Sergej Aleinikov, centrocampista pilastro della Dinamo Minsk e della nazionale sovietica, prima di approdare in Italia e vestire le maglie di Juventus e Lecce.

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Sergej Aleinikov può essere considerato il miglior prototipo del calciatore itinerante. Di origine bielorussa, ha vestito le maglie di ben tre nazionali differenti in virtù delle questioni politiche: Unione Sovietica, Comunità degli Stadi Indipendenti e Bielorussia. Ha militato in squadre in luoghi completamente diversi, dal Giappone alla Svezia, e ha girato molto anche in Italia, soprattutto nella sua esperienza di allenatore. Affascinato dal Salento grazie alla parentesi al Lecce, attualmente ci vive, continuando ad insegnare calcio. Nella sua esperienza italiana ha vinto una Coppa Uefa e una Coppa Italia con la Juventus nel 1990. Lo abbiamo intervistato in esclusiva per Calcio Totale.

Come è nata la sua passione per il calcio e quali sono stati gli inizi?

Il mio sogno si è realizzato un po’ come avviene per tutti i calciatori. Da bambino giocavo sempre a pallone per strada, poi sono stato notato da quello che sarebbe diventato il mio primo allenatore. Voleva che mi allenassi con lui, e alla fine sono entrato nella sua squadra di calcio a 5.

Per tanti anni è stato una bandiera della Dinamo Minsk, dove ha vinto per tre anni il premio come calciatore bielorusso dell’anno e il campionato sovietico del 1982. Quali sono i suoi ricordi migliori di quell’esperienza?

Ce ne sono tanti. Nel 1981 fui ingaggiato nell’Under 21, e nello stesso periodo studiavo per entrare nell’ISEF: avevo preso il diploma in educazione fisica. Ai tempi era abbastanza difficile conciliare lo studio con la passione. Da quel momento è iniziato il mio percorso da professionista: avevo vent’anni. E’ stato un percorso indimenticabile culminato appunto con le soddisfazioni personali e la vittoria del campionato nel 1982.

In Italia ha vestito le maglie di Juventus, con la quale ha vinto la Coppa Uefa nel 1990 con Dino Zoff in panchina, e Lecce, dove ha giocato per due stagioni con Boniek come allenatore. Ci parli un po’ di queste esperienze.

Credo sia difficile trasmettere le sensazioni che si provano a giocare in una squadra così grande, così prestigiosa: un vero sogno. Il patto con la Juventus è stato un po’ come il primo amore: non si scorda mai. Ricordo in modo particolare la vittoria della Coppa Italia, lo stesso anno della Coppa Uefa. Purtroppo è stata un’esperienza durata un solo anno. Al Lecce ovviamente gli obiettivi furono completamente differenti: lottare per non retrocedere, mentre alla Juventus dovevi vincere tutte le partite. Da un punto di vista ambientale in Salento mi sono trovato meravigliosamente: ho girato molto in Italia e credo sia il luogo che amo maggiormente.

Dopo l’addio al Lecce ha lasciato l’Europa per giocare quattro anni in Giappone, una scelta che è stata condivisa anche dal suo ex compagno Totò Schillaci. Cosa l’ha catturata del calcio giapponese?

C’è stata questa possibilità quando ero ormai quasi a fine carriera, e me la sono voluta vivere fino in fondo. Ad attirarmi lontano dall’Europa è stata principalmente la curiosità: era il primo anno di calcio professionistico in Giappone. E’ stata una scommessa vinta, perché in seguito tanti grandi campioni hanno scelto di giocare nel campionato giapponese.

Lei ha preso parte a due mondiali e a due europei con l’Unione Sovietica: probabilmente Euro88 è stata la più grossa delusione della sua carriera, in virtù della finale persa contro l’Olanda di Van Basten, autore del celeberrimo gol. Quali sono i suoi principali ricordi di quella competizione?

Innanzitutto ricordo un gruppo compatto e meraviglioso, disposto al sacrificio: è stata questa la chia-ve per approdare in finale. Sicuramente ricordo anche con grande piacere il mio gol più veloce, segnato dopo appena tre minuti contro l’Inghilterra ai quarti di finale: e poi anche la successiva vittoria proprio contro l’Italia per 2 0, in semifinale, anche se questo non fa mai piacere ai miei amici italiani quando lo ricordo. Sulla finale ho invece ricordi dolorosi: credo proprio che Van Basten sia stato il giocatore più forte che abbia mai affrontato.

Da anni vive in Italia, nella quale ha anche iniziato la sua carriera da allenatore. Come mai questa scelta e cosa ama particolarmente della nostra nazione?

E’ un Paese che vive molto di calcio, e io adoro il calcio. Ho anche chiuso qui la mia carriera di giocatore, anche se l’esperienza con il Corigliano non la ricordo con gran piacere. Da allenatore dico che bisogna migliorare molte cose nel settore calcistico italiano, a partire dalle giovanili, che purtroppo versano in pessime condizioni da troppi anni. Non mi spingo oltre!

Lorenzo Di Lauro

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