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Un’intervista, una confessione a cuore aperto, l’ex attaccante dell’Inter e della Nazionale brasiliana si racconta a The Players Tribune. E tocca tanti argomenti importanti e scottanti della vita dell’Imperatore.

Ci sono determinati giocatori che restano impressi nella mente degli amanti del calcio. Perché sono difficili da vedere su un rettangolo verde, perché hanno quella luce che solo i grandi campioni possono avere. Alcuni di loro appartengono alla categoria dei talenti sprecati. In questa speciale classifica, al primo posto, c’è sicuramente Adriano Leite Ribeiro, per tutti Adriano, o meglio, l’Imperatore. Un colosso di 189 centimetri per 95 kg, con un piede sinistro terrificante ed una tecnica da brasiliano. Insomma un mix di potenza, velocità e tecnica da far invidia a tutti. C’è stato un particolare momento in cui il brasiliano, arrivato all’Inter giovanissimo, sembrava sul punto di conquistare tutto vista la sua strapotenza fisica, atletica e tecnica. Ma a volte il destino decide di giocarci dei brutti scherzi.

Nella vita di Adriano il destino è stato alquanto beffardo soprattutto perché in nove giorni l’Imperatore è passato dal Paradiso all’Inferno con una velocità tale da far rabbrividire il miglior Bolt. E sono nove giorni in cui il Mondo, non solo quello sportivo, ha visto il dramma di un ragazzo. La prima data è quella del 25 luglio 2004, si gioca la finale di Copa America tra Brasile e Argentina, il duello più importante di tutto il Sudamerica. L’Argentina passa in vantaggio al terzo minuto, gol dell’ex interista Kily Gonzalez, il pareggio di Luisao fa ben sperare i brasiliani che all’87esimo però ricevono una doccia gelata con la rete Albiceleste di Delgado. Sembra la fine del sogno, ma al 90esimo, proprio Adriano mette dentro il pallone del 2 a 2. Si va ai rigori e il Brasile vince 6 a 4, laureandosi Campione del Sudamerica. E’ il momento migliore per Adriano nominato miglior giocatore del torneo.

La finale di Coppa America contro l’Argentina. Tutti i brasiliani si ricordano di quella partita. Erano gli ultimi minuti e stavamo perdendo, loro avevano iniziato a prenderci in giro cercando di farci andare fuori di testa. Il resto è poesia. Perché la palla spiove in area, confusioni, corpi, gomiti, non vedevo nulla, ma poi all’improvviso mi ritrovo il pallone sul piede sinistro e l’ho colpita più forte che potevo. Ha gonfiato la rete e non riesco a descrivere la sensazione che ho provato. Era solamente il gol del pareggio ma sapevamo che li avremmo distrutti. Sapevamo cosa sarebbe successo ai rigori”.

Il racconto di Adriano a The Players Tribune è assolutamente incredibile, il brasiliano ha cercato di spiegare gli attimi in cui tutto sembrava destinato ad andare bene. Ma il destino ha deciso di cambiare tutto a distanza di nove giorni. Esattamente il 4 agosto 2004, Adriano riceve una chiamata dal Brasile.

Nove giorni dopo. Ero tornato in Europa con l’Inter. Mi chiamano da casa. Mi dicono che mio padre è morto. Un infarto. Non mi va di parlarne, ma vi dico che da quel giorno, il mio amore per il calcio non è stato più lo stesso. Amavo il calcio, perché lo amava lui. Tutto qui. Era il mio destino. Quando giocavo a calcio, giocavo per la mia famiglia. Quando facevo gol, facevo gol per la mia famiglia. Quindi da quando mio padre è morto, il calcio non è stato più lo stesso. Ero in Italia, dall’altra parte dell’Oceano, lontano dalla mia famiglia e non ce l’ho fatta. Sono caduto in depressione. Ho iniziato a bere tanto. Non avevo voglia di allenarmi. L’Inter non c’entra niente. Io volevo solo andare a casa. Se devo essere onesto, anche se ho segnato tanti gol in Serie A in quegli anni, anche se i tifosi mi amavano davvero, la mia gioia era svanita. Era mio padre, capite? Non bastava spingere un bottone per tornare me stesso. Una cicatrice non nel fisico ma nel cuore“.

C’è un passo del racconto di Adriano che riguarda anche José Mourinho, prossimo tecnico della Roma che ha allenato l’Imperatore ai tempi dell’Inter, nella prima stagione in nerazzurro dello Special One. Un rapporto che non è mai decollato, Adriano spiega i motivi.

Nel 2008, era l’epoca di Mourinho all’Inter, la situazione era diventata insostenibile. I giornalisti mi seguivano ovunque e con Mourinho era tutto un: “Che ca***! Vaffa*****! Ho detto, Oh Signore. Portami via da qui. Non ho resistito. Mi hanno convocato in nazionale e prima di partire Mourinho mi dice: “Non torni più, vero?!” Gli ho detto: “Già lo sai!” Biglietto solo andata”.

Anche con la stampa le cose non sono andate benissimo, i giornali spesso hanno raccontato un Adriano fuori dalle regole, con retroscena presunti o tali, qualche bevuta di troppo.

La stampa alle volte non riesce a capire che siamo degli esseri umani. Essere L’Imperatore significava avere troppe pressioni. Io venivo dal nulla. Ero solo un ragazzo che voleva giocare a calcio e poi uscire per bere qualcosa con i suoi amici. So che è un qualcosa che non si sente spesso dai calciatori di oggi, perché è tutto così serio e ci sono troppi soldi di mezzo. Ma voglio essere onesto. Io non ho mai smesso di essere il ragazzo della favela“.

Claudio Ruggieri

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