A. Filippini: “Mazzone ci confondeva. Guardiola visionario, che sfide con Baggio” [ESCLUSIVA]

L’intervista esclusiva all’ex giocatore del Brescia, tra un aneddoto e l’altro ci ha raccontato le sue esperienze con Baggio, Mazzone e Guardiola. “Mi fermavo con Pep e Roby per battere le punizioni. Chi perdeva pagava, praticamente pagavo sempre io. Era un piacere ammirarli”

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Antonio ed Emanuele, gemelli di fama nazionale che sudavano la maglia come pochi a cavallo tra gli anni ‘90 e i primi 2000. Ne prendi uno, te ne ritrovi due, sarà l’uno o sarà l’altro? In campo è come se si sdoppiassero, il brasiliano Ronaldo pensava fossero in cinque, per tutto quello che facevano in 90 minuti. Per il fenomeno erano un’ossessione, sempre alle costole per rubare l’ultimo pallone utile. Due motorini che abbiamo apprezzato per lo spirito di squadra e la dedizione al sacrificio.

Due carriere intrecciate tra Brescia, Palermo, Lazio, Treviso e Livorno. Una vita gomito a gomito nello spogliatoio. Seppur per breve tempo, si sono dovuti separare. E’ successo anche questo, per poi ritrovarsi ancora una volta. Abbiamo sentito Antonio Filippini, con il quale abbiamo avuto il piacere di chiacchierare di tutto. L’avventura a Brescia, le scommesse con Roby Baggio e Pep Guardiola e quella volta che Mazzone fu spettatore di una lite nello spogliatoio. “Sì, ci azzuffammo con mio fratello per una palla non data”. Ovviamente tutto chiarito, anzi il finale è assolutamente da ridere. Con Carletto che non capiva chi avrebbe dovuto dare la palla a chi. Li confondeva, Antonio ed Emanuele erano semplicemente i gemelli Filippini.

Ronaldo il brasiliano era ossessionato dai gemelli Filippini, l’ha dichiarato diversi mesi fa. “Sembravano 5, erano dappertutto”. Te l’aspettavi?

“Sinceramente no, è stata una sorpresa pazzesca. Ronaldo ha giocato con e contro tanti campioni e non credevamo di essere nei suoi pensieri. Quando l’ha detto ci ha riempito di gioia. Vuol dire che, a modo nostro, abbiamo lasciato il segno”.

Nove anni a Brescia. E’ l’esperienza più bella della tua vita?     

“Sì, da bresciano ho realizzato un sogno. Da bambino il Brescia lo senti, lo vivi e hai l’aspirazione di giocare in prima squadra. Ci sono riuscito per nove anni. Ho fatto il capitano, abbiamo centrato il miglior piazzamento in A e la finale Intertoto. Il mio cuore non può che essere a Brescia e per il Brescia”.

Esiste oggi un giocatore che somiglia ai gemelli Filippini?

“Lazzari della Lazio è paragonabile a noi perché può fare tanti ruoli. E’ tecnico, dinamico e quando non c’è si sente. E noi quando giocavamo davamo ritmo alla squadra, per cui ci rivediamo in Lazzari”.

Avevi dei rituali scaramantici che ripetevi prima di ogni partita?

“No, secondo me la superstizione è un fattore negativo. Nel senso che le cose le voglio indirizzare io e non attraverso un gesto scaramantico che deve poi influenzare la mia vita. L’ho sempre pensata così. Ricordo Alessandro Calori a Brescia, quando faceva allenamento aveva sempre un calzettone su e uno giù. Oppure Rosario Pergolizzi, sempre a Brescia. Avevamo la divisa della società, solitamente in primavera indossavamo la tuta. Lui per scaramanzia non l’ha mai tolta fino alla fine della stagione. Vincemmo il campionato. Per chi ci crede, è così”.

Ci racconti un aneddoto che ti lega a mister Mazzone?

“Eravamo a Perugia e vincevamo 2-1. Contropiede per noi, ci scambiammo la palla con mio fratello, per poi presentarci davanti al portiere. Invece di restituirgliela calciai in porta. Emanuele avrebbe fatto gol a porta vuota. Così negli spogliatoi ci azzuffammo, ci menammo. Fin quando non sono intervenuti Toni e Mero per placare gli animi. A fine gara, eravamo sotto la doccia e ed è venuto mister Mazzone: ‘Ao chi di voi due non ha passato quella palla?’ Scoppiammo a ridere dopo che ci eravamo menati. In campo il mister faceva fatica a riconoscerci”.

Cosa vuol dire allenarsi con Roberto Baggio? Rimaneva a fine allenamento per calciare le punizioni.

Sì, lui arrivava prima al campo, faceva dei lavori specifici per le ginocchia. A fine allenamento, ahimè, si fermava per calciare le punizioni. Dico ahimè perché mi fermavo anch’io, insieme a lui e Pep Guardiola e scommettevamo. Chi perdeva le sfide pagava, praticamente pagavo sempre io, sia a Roby che a Pep. Però era un piacere ammirarli, quando sono arrivati hanno alzato il livello di tutti gli altri giocatori”.

Pep Guardiola, l’uomo e l’allenatore. In settimana ha compiuto 50 anni, ti aspettavi facesse quel percorso in panchina?  

“Un ragazzo umile, senza un pizzico di superbia. Aveva dei modi persuasivi, riusciva a coinvolgere i compagni di squadra, i fisioterapisti, i magazzinieri, tutti. Voleva vincere ogni partitella e ogni cosa diventava una sfida. Quando giocava aveva già in testa le idee da tecnico. Diceva spesso: ‘Datemi la palla, noi dobbiamo creare i 2 contro 1 in tutte le zone del campo’. L’ha poi fatto al Barcellona da allenatore. Voleva che andassimo sempre ad aggredire l’avversario. Era già un visionario da giocatore”.

Guardiola non ha mai dimenticato l’esperienza italiana, Brescia gli è rimasta nel cuore.

“Lui è molto legato a Brescia. Aveva la casa in centro, voleva vivere la città e conoscere i bresciani. E’ molto legato anche al team manager Edoardo Piovani. Un mese fa ero a cena con lui e tramite whatsapp lo abbiamo sentito ricordando insieme quei tempi”.

Luca Toni e Igli Tare. Hai condiviso lo spogliatoio anche con loro due. Il primo di lì a poco ha vinto il mondiale, il secondo è diventato uno dei direttori sportivi più bravi in circolazione.

“Con Toni ho fatto un anno a Brescia, era giovane e andò in doppia cifra. Ci si aspettava qualcosa in più perché fu uno degli acquisti più costosi della storia del Brescia. Poi l’ho ritrovato in B a Palermo. Ho incontrato un altro giocatore, un uomo fisicamente più strutturato che riuscì a fare 30 gol. Ha fatto una vera escalation fino alla vittoria del mondiale. E il merito è tutto suo. Tare l’ho sentito qualche giorno fa dopo la vittoria nel derby. Quando giocava era già maturo, parlava 4/5 lingue, sapeva quando stare al suo posto e quando scherzare. Una persona seria, a modo. Aveva già la testa da dirigente e l’ha confermato negli anni andando a scovare dal nulla grandi giocatori”.

Quali sono i progetti futuri di Antonio Filippini?

“Mi piace tanto allenare. Ti dà maggiori soddisfazioni quando vinci e soffri molto di più quando perdi. Quest’altalena di emozioni è la cosa che fa impazzire tutti noi allenatori, al di là della tattica. Mi piace trasmettere e comunicare al gruppo fattori positivi. Spero possa arrivare una squadra il prima possibile. Intanto, sto ultimando il corso di mental coach. Cosa vuol dire comunicazione efficace, leadership e gestione del gruppo. Secondo me questi aspetti contano quanto la parte fisica, tecnica e tattica”.

Mario Lorenzo Passiatore

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